domenica 12 marzo 2017

Essere felici forse

La verità è che essere felici ci terrorizza.
Ci fa una paura che le parole per descriverla ancora non sono state inventate.
Ci ripetiamo all'infinito che vogliamo essere felici e lo crediamo.
Ma non è la verità.
O meglio, sì, ma il timore di scoprire la via per arrivarci ci paralizza.
Quindi o ci raccontiamo di esserlo, in qualche modo, in qualche misura.
O incolpiamo il mondo infame
l'universo avverso (la rima baciata, giuro, non l'ho fatta apposta)
la gente orrenda,
la vita difficile
gli astri poco clementi,
l'oroscopo e i pronostici
o la sfiga onnipresente.
In realtà alla felicità non frega una mazza totale di tutta questa roba.
Interessa solo a noi per avere validi alibi.
Esterni.
''Che io non c'entro, non è colpa mia, vorrei ma non posso''
Vorrei ma non posso.
Dai, una frase che ci fa venir voglia di prendere a calci chi la dice a noi, se a dirla sono terzi.
Una frase che ci conforta se la diciamo davanti allo specchio.
A noi stessi.
Per noi stessi.
Quando l'unica cosa che possiamo fare per noi stessi è smettere di scegliere la via che cammina vicina a quella della felicità.
Quella che la guarda dall'altra parte della strada.
Io, per esempio.
Sono felice di molte cose, ma non di tutte.
E non me la voglio più raccontare.
Ho voglia di essere felice di tutto, tanto.
Anche se mi fa una paura fottuta perchè non sono abituata.
A esserlo.
A sceglierlo.
Ma la primavera mi sembra un buon momento per iniziare.
Ecco.



venerdì 3 febbraio 2017

Fatico

Fatico a scrivere.
A pensare
A mettermi le mani dentro la gola, spostare l'ugola e i groppi rimasti a metà, arrivare fino in fondo allo stomaco, lì dove si nasconde il solletico che fa il primo bacio, la professoressa che scorre la penna sul registro prima di interrogare, quel nome sul display del telefono.
Lì dove abita l'amore, la paura, l'emozione, la vertigine.
Non si sa bene il perché.
Domani provo, domani trovo il coraggio.
Oppure, come capita, nel momento meno opportuno usciranno da sole le parole, senza preavviso né appuntamento.
E sarà bello incontrarsi, riconoscersi, rivedersi o sorprendersi.
O forse no.
Lo scopriremo.
Nel frattempo sto seduta su  un treno regionale che fa una tratta sconosciuta a sbirciare le vite degli altri che, al contrario mio, conoscono a memoria i tempi, i ritardi, le aperture delle porte, si salutano tra loro, si conoscono.
Io su quel sedile rigido rivestito di plastica blu continuo il viaggio, lontano.
Loro sul quel sedile sono già quasi a casa.
E mi stupisco sempre di quante cose può essere una cosa sola.






sabato 7 gennaio 2017

2017, ti dirò.

Caro 2017,
farò finta di non far caso alla tua cifra finale che comunque fa sempre venire un po' voglia di far le corna e toccar ferro.
Un po' come se si rompe lo specchio che non frega mai nulla a nessuno, tutte scaramanzie superate, però meglio non rischiare.
Ma andiamo al punto.
Non ti chiedo nulla.
Sappi questo.
Solo ci auguro.
Che la strada, che ci piaccia oppure no dobbiamo farla insieme.
Ci auguro le emozioni, quelle prima di tutto, autentiche, vere, dolci.
Di quelle che fan bene al cuore, alla testa, allo stomaco.
Ci auguro
di sondare la profondità della vita e di noi stessi senza sprofondare,
di saper dire,
di saper raccontare,
di non curarci di ciò che non ci appartiene.
Ci auguro di trovare il nostro posto e rimanerci.
E di migliorare che non è mai abbastanza.
Ci auguro di fidarci della vita e starla a guardare,
assecondandola, a volte, se serve.
Ci auguro di non annichilirci mai, nemmeno per sbaglio, nemmeno una volta.
Di non fare tiri alla fune con il destino, con la realtà e con la paura.
Ci auguro di imparare a fare quello che non sappiamo, quello che non crediamo di saper fare, a volare senza guardare giù.
E spero, se posso azzardare, che tu sia fatto di momenti belli, senza stare troppo a mettere orpelli e filosofie.
Belli, punto.
Di quelli che tornano alla mente senza preavviso per farti guardare nel vuoto con quel sorriso d'estasi che chi sta intorno non sa capire, ma vorrebbe sapere.
Andiamo 2017, iniziamo a camminare.





venerdì 30 dicembre 2016

Ciao, ciao 2016.

Ci siamo, è il momento di salutarci, spiegarci, dirci le ultime parole prima che tu prenda la tua strada e io la mia.
Non riponevo speranze in te, non ti ho caricato di responsabilità e questo, su tutto, è quello che hai saputo farmi conoscere.
Mi hai fatto scoprire che le cose accadono, anche quelle che nemmeno la fantasia più fervida saprebbe immaginare e che la responsabilità non bisogna regalarla ad altri, ma prendersela se si vuole camminare invece che star fermi ad aspettare, lamentandosi dei ritardi.
Mi hai fatto paura, 2016, spesso, in modi che non conoscevo e che non volevo conoscere.
Ma è guardandole le paure che si impara a riconoscerle, a capire quali hanno senso e quali, invece, fan ridere, quali posso superare e quali rimarranno lì, nel loro angolo di cuore, forse per sempre.
Ci saranno, ma non sapranno inchiodarmi.
Questo ora lo so.
Siamo stati fermi per sei mesi a guardarci negli occhi senza dire una parola, perchè non si aveva la forza nemmeno di fare quello.
E poi ci siamo alzati e ci siamo messi a camminare, subito mi hai tirato per un braccio e ci siamo messi a correre.
Ho ancora il fiatone, sai 2016, per quella gran corsa, mi tiravi, ma la strada l'ho sempre scelta io senza nemmeno rendermene conto.
Ho imparato a scegliere, a sentire, dove e come voglio stare.
C'è ancora molto da lavorare, lo so, ma è un inizio.
Mi hai preso anche a schiaffi mentre mi dicevi tutto quello che non volevo sentirmi dire, ti ho odiato, ma poi abbiamo fatto pace perchè eri sincero e lo sapevo.
Se dovessi darti un nome, se non ne avessi già uno tuo, ti chiamerei Onestà.
Sei stato onesto e mi hai insegnato a esserlo con me stessa, l'unica persona con cui non lo sono stata mai davvero.
Sei stato duro, crudo, senza maschere.
Sei stato chi eri.
E io, con il tuo esempio, ho imparato ad accettare i miei limiti da persona.
A capirmi.
A scagionarmi.
A perdonarmi.
2016 puoi andare, ti saluto sulla porta con la mano alzata, senza finti abbracci di circostanza.
Onesta come lo sei stato tu.
Come mi hai insegnato a essere.

Nicola Cericola Ph


sabato 3 dicembre 2016

Titolo

Ricomincio a cercare, trovare, scavare.
Ricomincio a sentire e riaccendere le luci.
Ricomincio a scaldarmi le mani vicino a un fuoco che volevo spento.
Ricomincio a riempire spazi vuoti, fogli bianchi, muri ampi.
E se hai dimenticato, ricorderai.
Se non hai capito, comincerai.
Se hai sbagliato, rimedierai.
Se hai sofferto, guarirai.
Se hai sognato, continuerai.
L'anestesia totale che mi serviva per riprendere il respiro è finita.
Ora con qualche passo scoordinato e i pensieri intorpiditi, si torna ad ascoltare.
Sè.


 

mercoledì 19 ottobre 2016

Tutto


Tutto quello che è stato, le risate idiote degli innamorati, rubarsi le coperte, guardarsi attraverso le porte mentre l'altro è distratto dalla vita, scambiarsi la cena seduti allo stesso tavolo, le parole dette sotto voce, le grida da spezzare il fiato, i pianti disperati, le canzoni cantate insieme, i segreti raccontati, capire la stupida definizione del sentirsi al settimo cielo, avere la terra che ti crolla sotto i piedi, i viaggi non fatti, i figli mai avuti che hanno già un nome, le case al mare mai comprate, tutta quella vita scambiata, ha avuto senso.
Siamo come case vuote dove hanno abitato persone, persone che hanno cambiato i nostri muri, aperto le nostre finestre, colorato le pareti, rotto gli infissi, rovinato il parquet.
Qualcosa che resta oltre il tempo, oltre gli scatoloni pieni di cose usciti dalla porta principale.
Qualcosa che toglie significato alla parola fine.
La fine non esiste, esistono solo inizi che vivono altrove.



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