sabato 21 ottobre 2017

Cambiare le prime file

Sono in modalità cambio armadio.
Non letteralmente.
Nella vita, intendo.
In me.
E la cosa ha previsto del tempo, ovviamente, ma mi piace comunque usare il verbo al passato. È rassicurante.
Ho scritto poco dove dovrei, vorrei. Molto sui libri che ho letto. Tra le righe di altri, negli spazi bianchi all'inizio, alla fine, in mezzo.
Cambiare gli armadi nella vita non prevede buttare via nulla di quello che era piegato, o buttato, dipende dal periodo, in prima fila.
Cambio solo le file. Mi ricordo di quello che indossavo e mi faceva sentire bene, mi calzava, che ora non mi veste come una volta, mi sta stretto, stona o non mi rappresenta più.
Cambio le file, metto prima cose che avevo accantonato e aggiungo anche qualcosa di nuovo, che il nuovo ha sempre il gusto dell'inizio, di qualcosa che ti piace ma non è ancora del tutto tuo, qualcosa a cui cucire addosso una storia.
Insomma ci sarà un cambio.
C'è, qui usare il presente suona meglio.

Lo scrivo così è più reale.






martedì 19 settembre 2017

Pre-occupazioni

Occupavano la gran parte dello spazio, le preoccupazioni.
Che poi stupirsi è idiota perchè lo dice la parola cosa sono questi affanni, le preoccupazioni, appunto.
Sono qualcosa che occupa lo spazio che prenderebbero le occupazioni se ci mettessimo finalmente a fare quello che non facciamo perchè siamo preoccupati.
Pre-occupati a farci angosciare da quello che ancora non abbiamo fatto, quello che ancora non è successo.
Allora non cambio lavoro, percorso, casa.
Vivo un po' meno, amo un po' meno, sto un po' più ferma.
Cammino a testa bassa, mi vesto senza dare nell'occhio, rifletto quattro giorni sul da farsi e poi non faccio. E mi pre-occupo la testa a pensare a quello che succederebbe se mi vedessi fare quello che non faccio perchè spreco tutto il tempo a immaginare le conseguenze di quello che non sto facendo.
Scrivo meno, anche, pre-occupata come sono a decidere se quello che dalla testa passa alle mani, alla tastiera e poi allo schermo è stupido o banale o incomprensibile.
Ma ho iniziato il testo al passato e per coerenza, per lo meno, scrivo comunque, vivo comunque, faccio come se lo spazio fosse finalmente libero.
Libero per le voglie che ho.
Quelle vere.
Quelle che con l'altrui non hanno nulla a che vedere.
Sono le 11.22 del mattino e ho già cambiato umore sette volte.
Ho sorriso da sola, due.
Tre volte grazie ad altri, è giusto dirlo.
Quattro volte ho sbuffato con convinzione.
Ho affondato il coltello in un barattolo di marmellata che non sapevo datare.
L'ho mangiata comunque.
Ho avuto il batticuore e le mani che tremavano.
Ho pensato che riuscirò a fare esattamente tutto quello che desidero.
Ho pensato che non so nemmeno bene cosa desidero.
Ho pensato che non ce la farò mai.
Non so cosa possa succedere da qui alle fine delle ventiquattro ore della giornata.
Ma non sono preoccupata.
C'è spazio.







lunedì 14 agosto 2017

Trentadue

Ci ho messo 32 anni a capire che per andare lontano non servono distanze da coprire, nè vette da raggiungere, nè profili da scalare.
32 anni ad aspettare che il tempo trascorso mi portasse in dote indicazioni, segnali o direzioni.
O un' indicazione almeno, almeno una, sulla meta a cui arrivare.
Ci ho messo 32 anni a scoprire che non serve un cambio di scenario per arrivare altrove, che sono sufficienti occhi che sappiano guardare.
E che non c'è traguardo ad aspettarti.
Perché non esiste arrivo o meta.
Esiste il viaggio.
Ed è tutto quello che conta.


sabato 22 luglio 2017

Hai capito, amore mio?

Hai capito, amore mio?
Mi manchi, perchè ho voglia di conoscerti.
Ho voglia di scoprire come siamo quando in due facciamo uno.
Sapere che gusto ha la pasta al pomodoro.
Che luce ha la mia casa.
Che profumo ha l'ammorbidente che ho sempre usato.
I giorni dopo averti trovato.
Vedere che forma hanno, adesso, tutte le città che ho già visitato.
Sapere cosa si prova a non annoiarsi mai delle stesse carezze tutta la vita.
Mi sa che adesso non c'è più da scherzare.
Siamo pronti.
Incontriamoci all'incrocio delle nostre vite, vicino a quell'albero che profuma di fiori di cui non so il nome.
Ci riconosceremo perchè si sentirà il rumore del mare anche se il mare è lontano.




lunedì 19 giugno 2017

Scatoloni di ricordi

Praticamente faccio questa cosa che dieci a uno qualsiasi psicoterapeuta definirebbe patologica e poco sana.
Comunque con certezza non lo so perchè dallo psicoterapeuta non sono mai andata, sbagliando.
Per farla breve, io a volte mi metto lì nel mio angolino di vita e rovescio lo scatolone dei ricordi.
Un po' come con il baule dei giochi da bambina.
Spargo tutti i pezzi sul pavimento, li allontano con le mani per distinguerli.
Così da vedere anche i più piccoli pezzi, anche quelli che non ricordavo di avere.
C'è il bancone a vetri di un bar vicino al mare dove sfogavo tutta la mia passione per i tramezzini fatti con il pane bianco prendendoti la mano e usandola per indicarli come fosse la mia. E tu ridevi, ridevi e io ero contenta. Un po' per te che ridevi e un po' per i tramezzini.
C'è un divano davanti alla tv e noi che critichiamo tutti i film che abbiamo visto uno dopo l'altro facendo buuu e il pollice verso.Che ci sorridiamo con gli occhi negli occhi. Che ci guardiamo e capiamo che una parte di noi è fatta dello stesso tessuto. E non potrà mai cambiare.
C'è un localino che ci serve mojito con il sottofondo di Pino Daniele che canta che se mi guardi con gli occhi dell'amore non ci lasceremo più. E noi tutte insieme che ci canticchiamo sopra, mentre la barista ci guarda estasiata anche se prendiamo una nota ogni venti minuti.
C'è la notte illuminata dalla neve mentre passeggiamo tra le vie del paese silenzioso. Noi. Tutte le donne della famiglia.
C'è la mela caramellata più dura della storia dopo la nausea, mia, delle montagne russe.
C'è un muretto in salita e due occhi che mi guardano come mai sono stata guardata prima.
C'è il ferro bollente del parapetto del traghetto che brucia sulle braccia appoggiate e noi sporte per guardare tutto quello che si può entrando nel porto di Barcellona. Mentre in cinque non facciamo cent'anni.
C'è fare le prove per la recita di Natale che ti eri inventata tu da mettere in scena dopo il pranzo con i parenti. Life on Mars di David Bowie come colonna sonora, noi tese come fosse la prima alla Scala e il nonno che dormiva sulla poltrona.
C'è la musica del teatro sulla baia turca. Io dietro seduta ad ascoltare perchè tanto non sapevo ballare. Nemmeno una luce e un subisso di stelle.
C'è attraversare le pozzanghere in braccio a te.
C'è farti la serenata di gruppo sotto la finestra il giorno prima del tuo matrimonio.
C'è scendere in motorino in due verso il lago, quando sta diventando buio ma non lo è ancora, a motore spento per non sprecare benzina, sentirsi eterne e ascoltarti dire 'Ma lo sai che io questo momento non me lo dimenticherò mai?'
E sapere che hai ragione.
Non so mai cosa uscirà da quello scatolone, quali frammenti piccolissimi che pensavo di non ricordare ritroverò.
Racconto tutto ad alta voce come quando si giocava pensando di non essere visti in cameretta, quando non serviva fosse vero perchè fosse reale.
Ci cammino attraverso a quei momenti, felice come se fossero ora, anzi di più.
Che si sa che da lontano si vedono solo le cose che brillano.





martedì 23 maggio 2017

Alla fine tutto quello che mi importava

Alla fine tutto quello che mi importava, che mi è sempre importato, anche quando ti sapevo a letto chissà dove chissà con chi mentre io ero nel mio, vuoto, a piangere, era non dover ripudiare il tuo ricordo.
Non doverti chiudere in quei cassetti che non puoi più aprire, quelli che se ci provi ti stringono il cuore a due mani e ti invadono di nauseante malinconia.
Anche dopo anni.
Non dover occultare il tuo sorriso, il sapore dei tuoi baci, le nostre mani unite, cercando qualcosa, tante cose, che siano in grado di nasconderli alla vista della memoria.
Alla fine contava solo che rimanessi.
Che rimanessimo.
Andava bene anche distanti, ognuno sul suo sentiero, ma guardandoci da lontano con quello sguardo che conosciamo solo noi.
Non ti vedo ma ci sei.
E va bene.






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