mercoledì 17 gennaio 2018

Amore, non ho sentito


Ho sempre avuto un' inclinazione da voyeurista delle vite altrui.
Da bambina spiavo sempre nelle finestre accese, l'orario preferito era quello di cena e cercavo di immaginarmi che esistenza ci fosse dietro quei vetri, che voci la riempissero, se qualcuno aveva litigato, se anche li i figli venivano sgridati, se i piatti erano pieni di cose buone, come ci sarei stata io lì.
Mi facevo i cazzi degli altri insomma, ma ci mettevo della poesia. C'è da dirlo.
E credevo sempre che dietro le finestre ci fosse qualcosa che non avevo io.
Con gli anni non ho perso il vizio.
Solo, adesso, lo faccio direttamente guardando le persone, spero che abbiano lascito qualche finestra aperta dentro cui spiare.
Mi chiedo se sono felici o fanno finta, se sono almeno leggeri se non soddisfatti, se portano carichi sulle spalle e come fanno.
Cammino lungo il parco di una città che non conosco. Una delle tante.
Mi arrivano incontro tre ragazzine di quell'età oscena e perfetta che è l'adolescenza. Una ha i capelli azzurri, tutte indossano quegli orrendi hot pants neri con i collant e ringrazio Dio per avermi evitato quella moda tremenda quando avevo la loro età. Le zeppe mi sembrano già un sofferenza sufficiente.
Parlano, accavallando parole una sull'altra perchè ci sono sempre cose urgentissime da dire in quegli anni. Mi passano accanto e sento:
- ...insomma una giornata di merda, però ieri Marco mi ha chiamata amore.
Detto veloce, quasi in imbarazzo, quasi come se dirlo scandito e ad alta voce fosse troppo per un cuore solo.
E in un attimo perde un battito il mio.
Che a trent'anni con Amore ti hanno battezzata in tanti.
Una parola che si dice.
Una convenzione, una comodità, un' abitudine.
Spesso, ti fermi a chiederti quanto valga.
Quante altre donne prima di te hanno avuto lo stesso nome.
E pure tu l'hai usata con più uomini di quanti avresti voluto.
Per alcuni te la saresti potuta evitare, che tanto con l'amore c'entravano poco e lo sapevi già.
Amore, quel nome che sempre più spesso si diluisce tra tutti gli altri nomi della giornata.
Poi ti rispondi che va bene così, che è giusto, che puoi smetterla di fare la morale e permetterti di sprecarla quella parola.
Eppure non riesco a non pensare a quella ragazzina con i capelli blu, a come si torce lo stomaco e manca l'aria e ti senti pesare la metà quando lo senti dire per la prima volta.
A te.
Smetti in un attimo di essere chiunque perchè sei amore per lui.
Non importa se domani finisce, se bene bene ancora non sai cosa voglia dire, in quel momento non c'è niente di più vero. Reale. Assoluto. Perfetto. Certo.
Dovrei dirla e ascoltarla con più attenzione quella parola.
Con più cuore, con più occhi.
Con meno dubbi.
E mi trovo a invidiare quelle ragazzine, quell'età che non rimpiango mai, i capelli azzurri e anche i loro terribili hot pants.








martedì 9 gennaio 2018

Mentre fingi di non sentire, 2018

Ciao 2018,
so che sono passati alcuni giorni dal tuo arrivo e che se fossi una che si formalizza sul tempo dovrei credere di essere in ritardo per scriverti queste righe che ti somigliano essendo sconosciute come lo sei tu.
Ma del resto io e il ritardo abbiamo un certo feeling ed essendo una persona affine alla fedeltà non me la sono sentita di tradire.
Se non per etica almeno per coerenza.
Comunque, diciamo che a differenza dei tuoi... come si può dire? 
Colleghi?
Soci?
Predecessori?
Amici?
Insomma gli anni, gli altri anni, non è che io abbia qualcosa da dirti.
Anche perché, diciamocelo, con i propositi faccio pena, fatico a pensarli figuriamoci a mantenerli e anche con i patti chiari non è che si sia andati via lisci come si era sperato.
Avevo pensato di buttarmi sui desideri, ma guarda, anche lì è un discreto casino perché cambio continuamente idea e poi già nell’attimo in cui desidero mi si affolla la testa di motivi per i quali quel sogno non si realizzerà mai.
Quindi, siediti in un angolo facendo finta di fare altro, ascoltando di nascosto quello che in realtà sto dicendo a me stessa ed evitiamo tutta quell’ansia da prestazione, mia e tua, che non giova a nessuno.
Io per i prossimi giorni, tutti quelli che ci saranno fino alla mezzanotte che decreterà il tuo congedo, vorrei saper pensare a me.
Pensare a me in quel modo che si usa per pensare a qualcuno a cui teniamo.
Prendendocene cura, facendolo stare bene, cercando di rendergli facile la vita, preoccupandoci di esaudire i suoi sogni.
Non che io voglia abbuffarmi di egoismo, per carità, che non sta bene, è disdicevole, non si fa, solo vorrei smettere di dimenticarmi di me.
Ora che mi sono ritrovata, in qualche modo riconosciuta in mezzo a una folla densa, voglio prendermi per mano, accompagnarmi in prima fila, smetterla di nascondermi.
Voglio mettermi un rossetto acceso nei giorni in cui mi sento bella senza motivo, vestirmi, se mi va, per farmi notare, dire quello che penso a voce molto alta sul bordo di un palco prendendomi applausi e responsabilità. Voglio sedermi di fronte a me e chiedermi come è andata la giornata, se davvero quello che ho fatto ieri mi piace, se a quella festa mi sono divertita, sapere cosa amo, cosa vorrei cambiare, cosa credo di volermi tenere per tutta la vita e oltre. Se c’è un oltre.
Voglio imparare moltissime cose e ostentarle, a volte, come se fossero mie da sempre, voglio sfoderare tutta l’intelligenza che possiedo, poca o tanta che sia, voglio fare la stupida, sembrarlo, esserlo, ridere sguaiata, piangere senza vergognarmi e gridare e non rispondere se non mi va.
E voglio fottermene di quello che penseranno tutti. 
Che fottersene, nel modo che intendo, non è sentire i pareri altrui e voltare la faccia in modo altezzoso dall’altra parte, ma ascoltare tutti, raccogliere quello che credo valga, buttare al cesso i giudizi, non cambiare per scelte altrui.
Il termine non sarà elegante, lo riconosco, ma a pensarci bene costa meno e vale più di un corso intensivo di meditazione.
Oh 2018, anche se fingiamo entrambi di non sentire, tu fai pure quello che ti pare, ma fallo in modo meraviglioso.
Io farò altrettanto infilandoci tutta la vita possibile.



domenica 31 dicembre 2017

Adieu 2017

Ormai è un rito quello di scrivere una lettera di commiato all’anno che parte.
Chissà per dove.
E non potevo lasciarti orfano di parole, 2017.
Nonostante, diciamocelo, in questi lunghi giorni tuoi, spesso, non ci si è capito niente.
È stato tutto accelerare, inchiodare, cambiare direzione, fare retromarcia.
Una lunga lezione di scuola guida, dove tu stavi lì per insegnarmi a guidare senza dire una parola sulla meta da raggiungere.
Tentativi, prese di coscienza, brevi tratti in quinta e poi fronte appoggiata sul volante con le lacrime agli occhi.
Non sapevo cosa volessi da me mentre mi fissavi a braccia conserte mentre tentavo manovre in un parcheggio.
Lì a faticare senza che andassi da nessuna parte.
Un istruttore silente.
Con il ghigno sadico chi toglie le rotelle alla bicicletta del nipotino per la prima volta.
E si gode lo spettacolo di quella che per me, che pedalo cercando di non perdere i denti davanti sull’asfalto, è un’impresa che ha del miracoloso, quando in realtà è facile come andare in bicicletta.
Appunto.
Basta trovare l’equilibrio.
Il proprio.
Mi hai insegnato che prima di arrivare alla meta è necessario imparare a guidare, conoscere come governare i propri mezzi; e che ci vuole pazienza per scoprire quante cose sono diverse da come credevamo e quante ne sappiamo fare se tentiamo.
Grazie 2017, ti stringo la mano tra le mie, con il formale affetto per un insegnate capace che non vedrò in posti diversi dai miei ricordi.


lunedì 25 dicembre 2017

Due righe

Non ho smesso anche se è sembrato.
Sono sempre rimasta qui a riempire altri fogli bianchi.
Intanto, è solo la vigilia e ho già ricevuto il regalo migliore che potessi desiderare.
Quello che non sapevo nemmeno di volere così tanto, più di tutto.
Ho ricevuto la libertà.
Quella totale.
Quella che mi fa parlare senza filtri, che avevo, giuro,  anche se da lontano poteva non sembrare.
Che mi fa ridere senza educazione.
Che mi da la forza di scusarmi perché ho sbagliato.
Che mi concede di dire questo non lo so, spiegamelo.
Che mi fa ballare come una cretina in mezzo a un salotto al quarto piano.
Quella che mi fa dire no.
Che mi fa ostentare la bellezza se quel giorno sento di possederla.
Che mi fa scrivere biglietti smielati per Natale.
Che mi fa essere indecisa, spaventata e forte all’occorrenza.
Che mi permette di non dover sempre far credere che ho tutto chiaro.
Quella che mi fa essere chi sono anche quando non lo so.
Grazie Babbo.
Nonostante l’epiteto questa volta non te la sei cavata male.

#sacchidicinismo


sabato 21 ottobre 2017

Cambiare le prime file

Sono in modalità cambio armadio.
Non letteralmente.
Nella vita, intendo.
In me.
E la cosa ha previsto del tempo, ovviamente, ma mi piace comunque usare il verbo al passato. È rassicurante.
Ho scritto poco dove dovrei, vorrei. Molto sui libri che ho letto. Tra le righe di altri, negli spazi bianchi all'inizio, alla fine, in mezzo.
Cambiare gli armadi nella vita non prevede buttare via nulla di quello che era piegato, o buttato, dipende dal periodo, in prima fila.
Cambio solo le file. Mi ricordo di quello che indossavo e mi faceva sentire bene, mi calzava, che ora non mi veste come una volta, mi sta stretto, stona o non mi rappresenta più.
Cambio le file, metto prima cose che avevo accantonato e aggiungo anche qualcosa di nuovo, che il nuovo ha sempre il gusto dell'inizio, di qualcosa che ti piace ma non è ancora del tutto tuo, qualcosa a cui cucire addosso una storia.
Insomma ci sarà un cambio.
C'è, qui usare il presente suona meglio.

Lo scrivo così è più reale.






martedì 19 settembre 2017

Pre-occupazioni

Occupavano la gran parte dello spazio, le preoccupazioni.
Che poi stupirsi è idiota perchè lo dice la parola cosa sono questi affanni, le preoccupazioni, appunto.
Sono qualcosa che occupa lo spazio che prenderebbero le occupazioni se ci mettessimo finalmente a fare quello che non facciamo perchè siamo preoccupati.
Pre-occupati a farci angosciare da quello che ancora non abbiamo fatto, quello che ancora non è successo.
Allora non cambio lavoro, percorso, casa.
Vivo un po' meno, amo un po' meno, sto un po' più ferma.
Cammino a testa bassa, mi vesto senza dare nell'occhio, rifletto quattro giorni sul da farsi e poi non faccio. E mi pre-occupo la testa a pensare a quello che succederebbe se mi vedessi fare quello che non faccio perchè spreco tutto il tempo a immaginare le conseguenze di quello che non sto facendo.
Scrivo meno, anche, pre-occupata come sono a decidere se quello che dalla testa passa alle mani, alla tastiera e poi allo schermo è stupido o banale o incomprensibile.
Ma ho iniziato il testo al passato e per coerenza, per lo meno, scrivo comunque, vivo comunque, faccio come se lo spazio fosse finalmente libero.
Libero per le voglie che ho.
Quelle vere.
Quelle che con l'altrui non hanno nulla a che vedere.
Sono le 11.22 del mattino e ho già cambiato umore sette volte.
Ho sorriso da sola, due.
Tre volte grazie ad altri, è giusto dirlo.
Quattro volte ho sbuffato con convinzione.
Ho affondato il coltello in un barattolo di marmellata che non sapevo datare.
L'ho mangiata comunque.
Ho avuto il batticuore e le mani che tremavano.
Ho pensato che riuscirò a fare esattamente tutto quello che desidero.
Ho pensato che non so nemmeno bene cosa desidero.
Ho pensato che non ce la farò mai.
Non so cosa possa succedere da qui alle fine delle ventiquattro ore della giornata.
Ma non sono preoccupata.
C'è spazio.







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