giovedì 27 aprile 2017

Lo facciamo tutti

Chi ci conosce da sempre si è fatto un'idea di noi.
Un'idea simile a quella che si fa chiunque ti incontri per qualche minuto appoggiato al bancone di un bar.
Leggermente più approfondita, certo.
Ma non importa quanto più tempo e momenti vissuti abbia avuto a disposizione per farsene una. 
Se l'è fatta.
Questo conta.
E quell'idea resta, radicata. Fino a prova contraria.
Non sapranno immaginarvi diversi da come vi hanno sempre concepiti.
È come l'immagine del professore di matematica.
Quando seduti dentro i  banchi  rigidi del liceo ascoltavate, o facevate finta, le spiegazioni, per me incomprensibili, di quell'essere umano così logico, non riuscivate a vedere altro che lui.
Quel lui.
Nemmeno quando vi sforzavate di immaginarlo persona, qual era, in un contesto reale vi riusciva.
Lui con la moglie, lui che fa la spesa, che in mutande si lava i denti la mattina, lui padre, figlio, fratello di qualcuno. 
Niente. Era il professore di matematica. Punto. Fine.
Lo facciamo con tutti.
Lo facciamo con noi stessi.
Ci percepiamo in un modo finito. 
Da dove venga davvero quel modo non lo so.
Direi dagli altri, ma è un pensiero comodo, sicuramente non del tutto vero.
Mille volte mi sono stupita, sorpresa e incazzata per il giudizio altrui sulla mia persona.
Qualcuno che si permetteva di dirmi com'ero. Chi ero.
Quindi no, non viene da fuori.
Viene da dentro. Un dentro che non so dove abiti, ma c'è.
E quella percezione è tutto quello che ferma i passi, chiude la porta, non fa immaginare altro dalla me che conosco.
Niente, tutto questo per dire che mentre a fine aprile sono sul divano con un dolcevita, la coperta e il naso ghiacciato sto cercando di spostare quell'idea di me che ha assunto, ormai, il peso specifico di un tavolo di noce di inizio '800 e che blocca quella porta che non so dove conduca.
Ma voglio andare a vedere.
E lo brucerò se sarà necessario.




giovedì 20 aprile 2017

Se avessi

Se avessi una figlia vorrei saperle insegnare a ridere, ridere tanto.
Spesso, che tanto non è mai troppo.
E a piangere, anche. Tutte le volte che le viene.
Perchè piangere è come ridere.
Si può fare. Si può fare davanti tutti, anche nei posti più sconvenienti.

Vorrei insegnarle a dire quello che pensa, sempre.
E a considerare, prima, se quelle cose che crede di pensare le pensa davvero.
Perchè la parole sono sassi e non possono tornare indietro.

Vorrei insegnarle il saper custodire quello che vale.
E lasciare andare quello che non fa per lei.
Senza quell'accanimento al possesso tipico degli esseri umani.

Vorrei insegnarle a ballare, cantare ovunque, ogni volta che le va.
Senza necessariamente saperlo fare.
Ad ascoltare musica anche molto alta.
E a non ascoltarmi quando le dirò di abbassare che diventerà sorda di sicuro.

Vorrei insegnarle a guardare il mondo sapendolo vedere, da tutti i punti di vista possibili.
Fuori dallo zerbino di casa quanto dall'altra parte del globo.

Vorrei insegnarle ad avere paura, perchè l'avrà.
Ma a saperla guardare negli occhi sapendo andare avanti.

Vorrei insegnarle a sostenere le sue ragioni non con il volume della voce, ma con gli argomenti.
Senza imporle agli altri.

Vorrei insegnarle a credere, desiderare e cercare continuamente, senza però forzare i tempi cercando di incastrare i tasselli lì dove non vanno.
O dove non devono andare ora.

Vorrei insegnarle a fidarsi della vita, che spesso sa molto più di noi.

Vorrei insegnarle che non conta meno degli altri.
Nemmeno quando glielo faranno credere.
E che non è superiore a nessuno.
Nemmeno quando ne sarà convinta.

Vorrei insegnarle che non avrà bisogno di nessuno, me compresa, per stare in piedi.
Ma che non sarà mai sola se non vorrà.

Vorrei insegnarle la leggerezza, quella che per molto io ho avuto poco, quella che viene dal perdonare gli eventi. la vita, te stessa.

Vorrei insegnarle a essere chi è, senza seguire i passi di altri, che ispirarsi ed emulare non sono la stessa cosa.

E vorrei farle sapere che il tempo esiste, ma non si misura in durata. Si scandisce in valore.
Ed è eterno se fatto di momenti che contano.

Vorrei saper insegnare a mia figlia, se ne avrò una, quello che so.
Quello che ho sbagliato.
E tutto quello che sto imparando ancora.






giovedì 6 aprile 2017

Fallo tu.

Abbiamo tantissime idee su quello che dovrebbero fare gli altri e quasi nessuna su quello che dovremmo fare noi.
O meglio.
Sappiamo cosa dovremmo fare, ma poi non lo facciamo quasi mai.
Allora ci distraiamo da noi stessi decidendo cosa devono fare tutti gli altri che non siamo noi.
Un po' lo schema di quelli che guardano le partite di calcio sul divano e gridano allo schermo cosa deve fare un calciatore che non sa fare il calciatore, che però lo fa.
Lui.
Quello sul divano no.
Altrimenti non sarebbe sul divano.
Comunque non è un grande esempio perchè io non le guardo le partite e anche se le guardassi non avrei niente da dire perchè non ci capisco nulla.
Come di un sacco di altre cose.
Che a dirla tutta non è un male perchè si genera una buona dose di stupore quasi quotidiano che mi piace molto e mi dà sempre quella sensazione che il viaggio sia ancora lungo.
E a me piace viaggiare.
Ma non divaghiamo.
Il fatto è che sento sempre più spesso dire che qualcuno poteva fare qualcosa o meglio non ha fatto qualcosa.
Tipo

''Non mi chiama mai''.
''Non mi scrive mai''.
''Non mi cerca mai''.
''Non mi abbraccia mai''.
''Non mi dice mai.''

Che a guardar bene, tradotto, è che quella persona la vogliamo sentire, ci vogliamo parlare, la vogliamo abbracciare.
E sarebbe semplice.
Fallo tu.
Invece di aspettare sempre che quello che l'orgoglio o la paura non ci fanno fare lo faccia qualcun altro per noi.
Fallo tu.
E io posso dirlo perchè lo faccio anche io.
Anche io resto in attesa che quel che voglio me lo porti sempre qualcuno di diverso da me.
Ma giuro che sto cercando di smettere.
Che ogni volta che lo faccio mi sento come chi dal finestrino di un treno fermo pensa di muoversi vedendo gli altri andare via.





domenica 12 marzo 2017

Essere felici forse

La verità è che essere felici ci terrorizza.
Ci fa una paura che le parole per descriverla ancora non sono state inventate.
Ci ripetiamo all'infinito che vogliamo essere felici e lo crediamo.
Ma non è la verità.
O meglio, sì, ma il timore di scoprire la via per arrivarci ci paralizza.
Quindi o ci raccontiamo di esserlo, in qualche modo, in qualche misura.
O incolpiamo il mondo infame
l'universo avverso (la rima baciata, giuro, non l'ho fatta apposta)
la gente orrenda,
la vita difficile
gli astri poco clementi,
l'oroscopo e i pronostici
o la sfiga onnipresente.
In realtà alla felicità non frega una mazza totale di tutta questa roba.
Interessa solo a noi per avere validi alibi.
Esterni.
''Che io non c'entro, non è colpa mia, vorrei ma non posso''
Vorrei ma non posso.
Dai, una frase che ci fa venir voglia di prendere a calci chi la dice a noi, se a dirla sono terzi.
Una frase che ci conforta se la diciamo davanti allo specchio.
A noi stessi.
Per noi stessi.
Quando l'unica cosa che possiamo fare per noi stessi è smettere di scegliere la via che cammina vicina a quella della felicità.
Quella che la guarda dall'altra parte della strada.
Io, per esempio.
Sono felice di molte cose, ma non di tutte.
E non me la voglio più raccontare.
Ho voglia di essere felice di tutto, tanto.
Anche se mi fa una paura fottuta perchè non sono abituata.
A esserlo.
A sceglierlo.
Ma la primavera mi sembra un buon momento per iniziare.
Ecco.



venerdì 3 febbraio 2017

Fatico

Fatico a scrivere.
A pensare
A mettermi le mani dentro la gola, spostare l'ugola e i groppi rimasti a metà, arrivare fino in fondo allo stomaco, lì dove si nasconde il solletico che fa il primo bacio, la professoressa che scorre la penna sul registro prima di interrogare, quel nome sul display del telefono.
Lì dove abita l'amore, la paura, l'emozione, la vertigine.
Non si sa bene il perché.
Domani provo, domani trovo il coraggio.
Oppure, come capita, nel momento meno opportuno usciranno da sole le parole, senza preavviso né appuntamento.
E sarà bello incontrarsi, riconoscersi, rivedersi o sorprendersi.
O forse no.
Lo scopriremo.
Nel frattempo sto seduta su  un treno regionale che fa una tratta sconosciuta a sbirciare le vite degli altri che, al contrario mio, conoscono a memoria i tempi, i ritardi, le aperture delle porte, si salutano tra loro, si conoscono.
Io su quel sedile rigido rivestito di plastica blu continuo il viaggio, lontano.
Loro sul quel sedile sono già quasi a casa.
E mi stupisco sempre di quante cose può essere una cosa sola.






sabato 7 gennaio 2017

2017, ti dirò.

Caro 2017,
farò finta di non far caso alla tua cifra finale che comunque fa sempre venire un po' voglia di far le corna e toccar ferro.
Un po' come se si rompe lo specchio che non frega mai nulla a nessuno, tutte scaramanzie superate, però meglio non rischiare.
Ma andiamo al punto.
Non ti chiedo nulla.
Sappi questo.
Solo ci auguro.
Che la strada, che ci piaccia oppure no dobbiamo farla insieme.
Ci auguro le emozioni, quelle prima di tutto, autentiche, vere, dolci.
Di quelle che fan bene al cuore, alla testa, allo stomaco.
Ci auguro
di sondare la profondità della vita e di noi stessi senza sprofondare,
di saper dire,
di saper raccontare,
di non curarci di ciò che non ci appartiene.
Ci auguro di trovare il nostro posto e rimanerci.
E di migliorare che non è mai abbastanza.
Ci auguro di fidarci della vita e starla a guardare,
assecondandola, a volte, se serve.
Ci auguro di non annichilirci mai, nemmeno per sbaglio, nemmeno una volta.
Di non fare tiri alla fune con il destino, con la realtà e con la paura.
Ci auguro di imparare a fare quello che non sappiamo, quello che non crediamo di saper fare, a volare senza guardare giù.
E spero, se posso azzardare, che tu sia fatto di momenti belli, senza stare troppo a mettere orpelli e filosofie.
Belli, punto.
Di quelli che tornano alla mente senza preavviso per farti guardare nel vuoto con quel sorriso d'estasi che chi sta intorno non sa capire, ma vorrebbe sapere.
Andiamo 2017, iniziamo a camminare.





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