venerdì 30 dicembre 2016

Ciao, ciao 2016.

Ci siamo, è il momento di salutarci, spiegarci, dirci le ultime parole prima che tu prenda la tua strada e io la mia.
Non riponevo speranze in te, non ti ho caricato di responsabilità e questo, su tutto, è quello che hai saputo farmi conoscere.
Mi hai fatto scoprire che le cose accadono, anche quelle che nemmeno la fantasia più fervida saprebbe immaginare e che la responsabilità non bisogna regalarla ad altri, ma prendersela se si vuole camminare invece che star fermi ad aspettare, lamentandosi dei ritardi.
Mi hai fatto paura, 2016, spesso, in modi che non conoscevo e che non volevo conoscere.
Ma è guardandole le paure che si impara a riconoscerle, a capire quali hanno senso e quali, invece, fan ridere, quali posso superare e quali rimarranno lì, nel loro angolo di cuore, forse per sempre.
Ci saranno, ma non sapranno inchiodarmi.
Questo ora lo so.
Siamo stati fermi per sei mesi a guardarci negli occhi senza dire una parola, perchè non si aveva la forza nemmeno di fare quello.
E poi ci siamo alzati e ci siamo messi a camminare, subito mi hai tirato per un braccio e ci siamo messi a correre.
Ho ancora il fiatone, sai 2016, per quella gran corsa, mi tiravi, ma la strada l'ho sempre scelta io senza nemmeno rendermene conto.
Ho imparato a scegliere, a sentire, dove e come voglio stare.
C'è ancora molto da lavorare, lo so, ma è un inizio.
Mi hai preso anche a schiaffi mentre mi dicevi tutto quello che non volevo sentirmi dire, ti ho odiato, ma poi abbiamo fatto pace perchè eri sincero e lo sapevo.
Se dovessi darti un nome, se non ne avessi già uno tuo, ti chiamerei Onestà.
Sei stato onesto e mi hai insegnato a esserlo con me stessa, l'unica persona con cui non lo sono stata mai davvero.
Sei stato duro, crudo, senza maschere.
Sei stato chi eri.
E io, con il tuo esempio, ho imparato ad accettare i miei limiti da persona.
A capirmi.
A scagionarmi.
A perdonarmi.
2016 puoi andare, ti saluto sulla porta con la mano alzata, senza finti abbracci di circostanza.
Onesta come lo sei stato tu.
Come mi hai insegnato a essere.

Nicola Cericola Ph


sabato 3 dicembre 2016

Titolo

Ricomincio a cercare, trovare, scavare.
Ricomincio a sentire e riaccendere le luci.
Ricomincio a scaldarmi le mani vicino a un fuoco che volevo spento.
Ricomincio a riempire spazi vuoti, fogli bianchi, muri ampi.
E se hai dimenticato, ricorderai.
Se non hai capito, comincerai.
Se hai sbagliato, rimedierai.
Se hai sofferto, guarirai.
Se hai sognato, continuerai.
L'anestesia totale che mi serviva per riprendere il respiro è finita.
Ora con qualche passo scoordinato e i pensieri intorpiditi, si torna ad ascoltare.
Sè.


 

mercoledì 19 ottobre 2016

Tutto


Tutto quello che è stato, le risate idiote degli innamorati, rubarsi le coperte, guardarsi attraverso le porte mentre l'altro è distratto dalla vita, scambiarsi la cena seduti allo stesso tavolo, le parole dette sotto voce, le grida da spezzare il fiato, i pianti disperati, le canzoni cantate insieme, i segreti raccontati, capire la stupida definizione del sentirsi al settimo cielo, avere la terra che ti crolla sotto i piedi, i viaggi non fatti, i figli mai avuti che hanno già un nome, le case al mare mai comprate, tutta quella vita scambiata, ha avuto senso.
Siamo come case vuote dove hanno abitato persone, persone che hanno cambiato i nostri muri, aperto le nostre finestre, colorato le pareti, rotto gli infissi, rovinato il parquet.
Qualcosa che resta oltre il tempo, oltre gli scatoloni pieni di cose usciti dalla porta principale.
Qualcosa che toglie significato alla parola fine.
La fine non esiste, esistono solo inizi che vivono altrove.



venerdì 7 ottobre 2016

Inchiostro.

Ci siete mai stati voi al mare di notte?
E non parlo dei falò sulla spiaggia con birre e chitarra, al sicuro sul bagnasciuga con le luci della città a pochi metri da voi.
Una città in cui potete tornare quando vi pare.
Dove ci sono le vostre case accese.
Parlo di mettere una piede su una barca troppo piccola e troppo affollata con tutta la vita tra le braccia.
Cercare un posto dove accucciarsi tra centinaia di anime senza volto nel nero della notte.
Chiudere gli occhi e sgranare la speranza come un rosario mentre il freddo e la paura ti entrano nelle ossa.
Ascoltare il bisbiglio delle preghiere, i pianti disperati dei bambini, il rumore delle onde che sbattono sui fianchi della barca.
Girarsi tra braccia e gambe, ammassate, annusare il fiato caldo e affannato altrui che si mescola con il tuo.
Sentire l’aria pesante sulle braccia, mescolare il sale del mare con quello delle lacrime mentre il rollio del mare ti ricorda che ci puoi finire in quell'inchiostro.
Perchè può succedere.
E’ già successo.
E può succedere anche a te.
Non una luce.
Non una certezza.
Sapere solo che non esiste più casa.
E che su quella barca troppo affollata il posto più ampio lo occupa la disperazione.
Voi che parlate, tranquilli sull'altra sponda, ci siete mai stati al mare di notte?



Ph. FRANCESCO MALAVOLTA

giovedì 25 agosto 2016

Desiderio

Dovrebbero prevedere una lezione di Desiderio a scuola.
Dalle elementari.
Che si sa, da piccoli siamo più bravi a fare quelle cose naturali che poi da grandi, chissà perchè, tendiamo a dimenticare.
Un'ora dove si insegni a desiderare in quel modo che fa succedere le cose.
Che il desiderio è più delicato del pretendere, più forte dello sperare, più fantasioso del volere.
Che quando te le immagini quelle cose che desideri non lo fai solo con la testa o il cuore, o qualche organo a scelta, lo fai con tutte quelle molecole e punti e centimetri di te, nessuno escluso.
Tanto che quel desiderio ti sembra di tenerlo in mano, lo hai proprio lì puoi sentirne il peso, accarezzarne la superficie e guardarlo da tutte le angolazioni, che non ne sfugga nessuna.
Che a guardarlo così da vicino sembra un po' come se si fosse già realizzato.
Come se fosse già lì, in carne ed ossa, di fronte a te.
E allora lo riempi di attenzioni, ti ci affezioni, un po' lo proteggi e ascolti come ti fa sentire, finchè non arriva quel qualcosa di reale, che ti fa sentire proprio in quel modo lì senza aver bisogno di essere uguale preciso al desiderio.
Qualcosa che a volte è meglio, talmente meglio che ti accorgi che forse a desiderare non sei così brava e c'è qualcuno che ti conosce più di quanto ti conosci tu.
Qualcuno a cui regalare la forma dei tuoi desideri, così se ne occupa lui, che comunque è più bravo di te perchè per te desidera più di quanto sai fare tu e allora tieniteli tutti i miei desideri, proteggili e colorali, poi me li fai vedere e ti dico cosa ne penso.
Che tanto lo so che visti in due sono più belli.
E forse alla fine desideravo proprio quello.





sabato 13 agosto 2016

Più uno

Non è meta, nè traguardo.
E' un più uno, un' aggiunta, un gradino, un passo.
La direzione ancora non la so.
Alcuni anni ho creduto di saperla, altri la sapevo ma poi ho cambiato idea.
Oggi so di non conoscerla e mi sta bene.
Mi affido di più a quello che sa arrivare, senza accanirmi sul raggiungere.
Conosco solo come mi voglio sentire e che panorama voglio guardare, la strada la ignoro
Non ne conosco l'ampiezza, la pendenza, le curve.
Non so se ci saranno ostacoli, interruzioni o ristoro.
E non voglio saperlo, perchè del resto io sono questo.
Mi annoiano le cartine, non seguo i cartelli, non chiedo ai passanti.
In compenso, di quello che resta dietro di me, vedo tutto come se potessi tenerlo tra le mani.
Ci sono stati viaggi, posti nuovi, persone da raccontare.
Cambi di prospettiva, di programma e di intenzione.
Ho amato tanto e tanto odiato.
Riso molto, ma meno di quanto avrei voluto.
Pianto da rischiare di prosciugarmi, ma non troppo, perchè il pianto non è mai troppo se serve a mondare il cuore.
Ho pensato di essermi persa e aspettato di essere ritrovata.
Sbagliando in entrambi i casi.
Ho corso e poi sono rimasta seduta senza forze, per più tempo del dovuto.
Ho buttato via giorni e ne ho riempiti altri di impegni degni di una settimana.
Ho gridato e sono stata zitta quando non volevo, non dovevo.
Ho sbagliato e ho subito sbagli di altri sulla pelle.
Alcuni bruciano ancora.
Ho perso qualcuno, qualcun altro l'ho lasciato andare.
Altri sono arrivati.
Io mi sono conosciuta di nuovo.
E qualcuno è sempre stato qui, dove è sempre stato.
Trentuno.
Non mi piacevi,sai?
Niente cifra tonda, niente passaggio di decina, niente di eclatante, tu.
Ma quell'uno, oggi, sa di cammino, di un passo a mezza punta, in avanti, su per quella strada che non so.
Lieve, deciso, coraggioso.
Oggi mi piaci trentuno.
Auguri a noi e ai nostri passi.









domenica 24 luglio 2016

Si fa presto a dire 30

Si fa presto a dire trentanni.
Che ci sono passati in tanti e si sopravvive.
Ma la domanda non è quanto, ma trentanni quando.
Oggi.
Siamo quelli che cambiano casa, Paese e lavoro, ma mandano messaggi veloci che oramai sono andati e quel che hai detto è scritto, senza avere il tempo di cambiare idea.
Siamo quelli che 'ai miei tempi alla tua età spaccavo il mondo' e invece noi guardiamo il mondo che va in pezzi.
Siamo quelli che si cucinano monoporzioni nel loro monolocale mentre la tv ci racconta l'ultima strage, ultima fino alla prossima.
Siamo quelli della globalizzazione, che tutto il mondo è paese e ci sono voli low cost che ti fanno arrivare quasi ovunque e ti senti cittadino del mondo, ma guardi con sospetto quello seduto vicino a te in metropolitana.
Siamo quelli che corrono perchè tutto è veloce, sia mai che si perdano o restino indietro, ma poi quando restano con se stessi si rendono conto che si corre si corre e non si arriva mai.
Che il mondo gira e a volte è eccitante e altre è fammi scendere che mi viene da vomitare.
Siamo quelli che vorrebbero una famiglia, ma vogliono l'indipendenza e vogliono i legami, ma bramano la libertà e ancora non siamo sicuri che le cose si possano conciliare.
Però a volte crediamo di sì.
Ora no.
Ora sì.
Dipende.
Siamo quelli che mettono un sacco di puntini di sospensione, che non si sa mai... che quando hai messo il punto fermo poi ti sei ritrovato che sei dovuto andare a capo ed era tutto da rifare.
Siamo quelli che cercano di andare avanti, nonostante tutto, senza tapparsi troppo le orecchie.
E a volte nemmeno la bocca.
I trentanni quando li guardi da piccolo li credi una meta.
Quando li ricordi a quaranta ti sembrano una partenza.
Mentre li vivi non lo sai.
Soprattutto oggi, non lo sai.
E forse nemmeno serve, che tanto domani cambia tutto.
Questo lo so.






sabato 16 luglio 2016

Le spalle larghe

Di tutti i modi in cui si possono avere le spalle, chissà per quale scelta di un divertito Destino, pare che io le abbia larghe.
O meglio che debba averle.
Mai e dico mai successo che io mi ritrovassi a credere di averle coperte o che abbia potuto vivere su quelle di qualcun altro.
Mai che le abbia voltate con una leggera noncuranza o che abbia usato quelle degli altri con una bella preposizione articolata davanti per parlare di chi non poteva vedermi.
Niente.
Io le spalle nemmeno le do.
Per dire.
Io le spalle le ho larghe o almeno così pare.
Non che alla vista si direbbe, però deve essere così.
Perchè chi ha le spalle larghe le sopporta tutte le cose della vita.
Se le carica proprio lì e se le porta in giro per chilometri.
Se capita aggiunge al carico anche quelle degli altri, che tanto ormai son di strada.
E se son larghe, le spalle, di spazio ce n'è e allora pare che, sempre quel burlone del Destino di cui sopra, le metta alla prova le tue spalle.
E la gente te lo dice pure mentre ti vede curva sotto il peso di quel carico, con una bella pacca lì dove non c'è più spazio ' Tanto tu hai le spalle larghe!'
Ma lo spazio è finito.
La soma la lascio qui, al ciglio della strada.
Vieni a prendertela.
Che se mi volevi carica mi dovevi far nascere mulo.
E invece son altro e di largo mi bastano testa e cuore, Destino.







sabato 9 luglio 2016

Caro Uomo, se fossi te

Caro Uomo,
se fossi te sarei gentile, che una volta superata la soglia dei venticinque anni l' uomo che fa il superiore e l'arrogante fa venir voglia di darvi solo una scarica di sberle. La gentilezza, invece, ci fa venir voglia di darvi un sacco di altre cose.
Se fossi te sceglierei, esercitando in pieno quest'arma della libertà che poi alla fine è l'unica che davvero abbiamo.
E cercherei di scegliere bene, credendoci, bello convinto anche se fa paura.
 Una scelta simile a un tuffo dallo scoglio di quelli che a mezz'aria quasi vorresti tornare indietro, ma poi ti immergi, tocchi il fondo e sei lì, orgoglioso, a goderti il coraggio a grandi bracciate.
Se fossi te, Uomo la smetterei con questa storiella di piacere a tutte e farmi piacere tutte, che è una cosa che ricorda molto quell'insicurezza latente tipica dei tempi del liceo, dove ci servivano le definizioni che ci tiravano addosso gli altri perchè noi, da soli, ancora non sapevamo riconoscerci.
Se fossi te sarei attento, attento a chi mi cammina di fianco che la distrazione si trova ovunque e ormai ci va a noia.
Se fossi te, Uomo, mi farei scegliere perchè la favola che tutto ci è dovuto l'ha inventata qualcuno che di certo Uomo non era.
Se fossi te mi innamorerei, che un Uomo innamorato dovrebbe essere patrimonio dell' UNESCO e lo farei vedere a tutti perchè celare una bellezza così diventerà di sicuro reato, un giorno.
Se fossi te, Uomo, la persona di cui sono innamorato la farei ridere sempre.
Anche quando non c'è niente da ridere.
Se fossi  te la ascolterei anche quando si lamenta a vuoto, anche quando è noiosa, anche quando nessuno la ascolterebbe. Soprattutto quando nessuno la ascolterebbe.
Se fossi te condividerei me stesso e il tempo, che a guardar bene è tutto quello che abbiamo.
Se fossi te, Uomo, le cose belle che penso sul suo conto gliele ripeterei, che se sono vere dirle una o seicento volte non pesa e non è mai troppo.
Se fossi te la capirei che si sa che abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci sappia capire mentre non sappiamo farlo da soli.
Se fossi te, Uomo, cercherei tutti i modi per legittimare quella maiuscola davanti al nome.


E se fossi Donna farei lo stesso.


















domenica 5 giugno 2016

Spettacoli

Una domenica pomeriggio in casa.
Tutto il tempo in casa.
Ho ascoltato per ore il vento entrare dalla finestra, gonfiare le tende del salotto come vele, soffiarmi sulla pelle per farmi venire i brividi.
Ho sentito i tuoni annunciare il loro arrivo da lontano, ho visto la luce sul pavimento diventare di quel giallo cupo, un giallo che assomiglia alla sfumatura di un livido che sta guarendo.
Uno di quei lividi che stanno fuori e puoi vederli, invece che dentro.
Uno di quei lividi che può guarire.
Ho ascoltato la pioggia ticchettare, con il suo ritmo scombinato di chi non è convinto davvero, di chi non sa se vuole iniziare qualcosa oppure no,
Ho sbirciato i suoni delle vite degli altri, di quelli che mi camminavano sotto la finestra.
Ho ascoltato ombrelli aprirsi, i gridolini allegri di chi senza ombrello è felice comunque, le chiacchiere fitte di due amiche sotto il cornicione.
E la telefonata di un primo appuntamento.

- Allora ci vediamo alle nove? (No, ragazzino le nove è presto, una come fa a mangiare, agitarsi, cambiarsi 10 volte, prepararsi 4 e riuscire ad essere in ritardo quanto basta per capire se sai aspettare?)

- Vuoi che ci vediamo con i miei amici? No, vabbè, solo se non ti crea problemi... No, se ti mette in imbarazzo no. ( E infatti no, che già  vedere solo te, portandosi uno zaino di aspettative e insicurezze sulle spalle, non è facile, se poi moltiplichiamo quel peso per l'approvazione di ogni tuo amico non ne usciamo vivi.)

 - Vabbè dai, poi vediamo... Massì tranquilla... A dopo allora, Ciao. 

 - Ok, passami una sigaretta che mi ha detto di sì e mi sto sentendo male. (Dichiarazioni che ti fanno sperare che forse il mondo si salverà.)

Poi pare che una sta a casa tutto il giorno e non ha fatto niente.
E invece.










sabato 14 maggio 2016

Diversamente

Insofferente all' inconsistenza, alla falsità,  al voler per forza dimostrare superiorità presunta e ad una serie di altre cose che non elenco per non superare le 700 battute, che tempo non ne ho, oggi mi riservo il diritto di essere banale, media, scontata, intollerante, menefreghista e  dimentica dell'educazione che i miei genitori mi hanno insegnato con sudore, voglio dire a un numero altissimo di persone che le detesto, non le tollero e non voglio continuare a fingere che sia diversamente.
Un vaffanculo eterno per voi.
Oggi.
Domani tornerò a farmi remore, mettermi nei panni degli altri, capire, tollerare e un eccetera eccetera di cose che danneggiano la salute.
Mia.
Domani lo faccio.
Forse.
Oggi no.

sabato 16 aprile 2016

L'amore, quello lì.

Ferma ad aspettare la metro.
Di fronte a me una coppia giovane.
Non troppo.
Giovani il giusto, giovani come me.
Lui, più alto, mentre chiacchiera le bacia i capelli e le tocca la mano, in quel modo naturale che sa di gesti ovvi che assomigliano al respiro.
Erano così belli da vedere che gli avrei fatto una foto, se non avessi rischiato di essere denunciata.
Salgono e li trovo seduti di fronte a me.
Io, in piedi, li sbircio dall'alto.
Lei gli mostra il cellulare, accarezza lo schermo con le dita.
Sorridono, scherzano, si ascoltano.
Butto l'occhio.
Sul telefono scorrono immagini di letti, mobili, lampade.
Lui ogni tanto fa sì con la testa, altre ci pensa e fa una faccia poco convinta.
Forse stanno scegliendo i mobili per la casa che hanno insieme o che avranno.
Forse non vivono nemmeno insieme, forse lei gli sta solo chiedendo un consiglio.
Forse stanno insieme da anni, forse da mesi.
Forse staranno insieme per sempre, forse no.
Poco cambia.
Alla fine l'amore è quello lì.
E' come quando da piccoli ci mettevamo a giocare.
Potevamo farlo soli, nella nostra cameretta, intenti a costruire mondi che non esistono, a dare ruoli ai personaggi, ad inventarci storie.
Era bello e tutto andava come noi volevamo, senza intromissioni, senza compromessi.
Eppure giocare in due in quella cameretta, era meglio.
Era quello che volevamo.
Volevamo costruirla insieme quella storia non vera.
Nonostante fosse più difficile perchè bisognava venirsi incontro, perchè la tua amichetta voleva tenere la tua Barbie preferita e c'era sempre una voce fuori campo che diceva "Falla tenere a lei che è l'ospite, tu puoi giocarci sempre." o perchè lei immaginava Ken Idraulico e tu Astronauta.
Nonostante le difficoltà volevamo iniziare la frase con 'Facciamo che...' e aspettare il consenso e le idee dell'altro.
Nonostante gli screzi, le lacrime e le incomprensioni, giocare insieme era più bello.
Perchè quel mondo, in cui si credeva in due, diventava un po' più reale.
L'amore, alla fine, non è niente più di questo.
Immaginare insieme un mondo che non esiste e forse non esisterà.
Sognare come bambini sfidando le statistiche e la vita che spesso ci si rivolta contro.
Costruire oltre l'oggettività, sapendo che potrebbe non succedere.
Credere in quello che non c'è, in due.
E anche se non dovesse essere mai, anche se le cose non andranno come abbiamo creduto, ci guarderemo tra 10 anni e ci diremo "Ti ricordi quando volevamo comprare un rudere e farlo diventare un loft, per vivere insieme anche se senza un soldo bucato, io, tu, i tuoi colori e le mie parole?'"
E capiremo che era reale.
Che in qualche posto, il nostro, è stato vero.
Perchè ci abbiamo creduto, insieme.





giovedì 14 aprile 2016

Non so che ore sono

Non so che ore sono da una settimana.
I numeri dell'orologio non mi aiutano.
Infatti ho fame adesso e avrò sonno domani alle 14.00, quando sarò a Milano in macchina, in coda, persa, come al solito.
Non sono mai stata brava a farmi bastare quello che si vede, quello che si dice.
Mi baso da sempre su quello che si sente e non parlo di udito.
Può sembrare una cosa poetica, in realtà è il più delle volte una fregatura totale che se non fossi educata definirei un' inculata pazzesca.
Tant'è non so far di meglio.
Son così.
E a quasi 31 anni direi che ora di capirlo.
Accettarlo.
Farci pace.
Si è quel che si è.
Che per lo stesso principio di cui sopra, non basta un numero per definire il tempo, un paio di tacchi per diventare alta, un uomo per poter dire di avere l'amore.




lunedì 11 aprile 2016

Casomai

Non so come sia successo, ma succede che io sia sempre il grande amore e mai la persona giusta.
C'è qualcosa che dovrei sapere ed evidentemente non so.
Qualcosa che mi sfugge sul grande sentimento che non vogliamo, ma cerchiamo, che ci respinge e ci attrae.
Pare che l'amore, quello da attacco cardiaco allo sguardo, quello che spinge a propulsione, che muove e smuove non trovi casa nel futuro.
Pare che viva stretto nel presente e che preferisca di gran lunga abitare nel passato.
Sta lì a farsi ricordare per anni, a farsi scrivere poesie, lettere, canzoni.
A dare i brividi senza esserci.
Ancora, ancora, ancora.
Chi cammina nel futuro è invece quell'amore in sordina, senza troppi slanci, silenzioso, educato, morigerato.
Io che, come dicevo, non ho capito niente, ma proprio niente, continuo a credere che l'uno non escluda l'altro.
Che l'amore muti continuamente. Sempre.  A volte perchè lo vogliamo, spesso perchè lo decide.
Che sia martellamento di cuore e musica lieve.
Grande slancio e serata sul divano.
Trama di un libro e quotidianità.
Poesia e supermercato.
Emozione e pace.
E imperterrita proseguo per questa direzione, nonostante i cartelli di 'strada a fondo cieco', sperando di scoprire che ho ragione.
Perchè contro ogni evidenza, come i matti, io ci credo.



martedì 22 marzo 2016

Il bel vaffanculo

Se è vero che il pensiero positivo crea la realtà nel migliore dei modi è anche vero che ogni tanto invertire la marcia credo possa far bene.
A volte per abbassare la pressione, utile come una sessione di meditazione, un bel VAFFANCULO rivolto al generico cosmo può aiutare.
E richiede molto meno tempo e impegno rispetto alla sopracitata meditazione.
Il vaffanculo riequilibra la dimensione circostante ed evita l'esplosione interiore data dall'effetto 'pentola pressione', scongiurando reazioni poco consone in stile Kill Bill ai danni dell'umanità.
Vi consiglio quindi di sedervi in un posto comodo, non serve sia silenzioso o tempestato di candele accese o incensi per l'aroma terapia, fare un bel respiro profondo e gridare il vostro vaffanculo a gran voce.
Durerà pochi secondi.
I vicini non avranno nemmeno il tempo di capire da dove provenga.
Potete farlo senza pensare a nulla, ma vi consiglio spassionatamente di riferirlo mentalmente in una direzione precisa, si sa, che prendere la mira aumenta la possibilità di centrare il bersaglio.

Potete pensare alle ingiustizie palesi e mal celate.
Alle persone che non vi capiscono perchè nemmeno ci provano.
A chi giudica deliberatamente senza sapere.
Al collasso planetario.
All'inutilità quasi totale dell'umanità.
Alla disonestà.
Alla noncuranza.
Alle oppressioni.
Alla maleducazione.
All'ottusità dilagante.
Agli stronzi incontrati sul vostro cammino.
Allo stipendio in ritardo.
Alle bollette.
Al cane del vicino che abbaia.
Al sugo bruciato.
Alla lavatrice che perde acqua.
Al destino.
La vita.
La sfiga.
A voi stessi  che avete permesso che tutto quello che sta accadendo accada.

Insomma pensate a quello che preferite, urlate il vostro vaffanculo e attendete l'effetto che ne deriva.
Sentite la pressione scendere.
Rilassatevi.
Non cambierà nulla.
Ma avrete fatto un favore al vostro sistema nervoso e a chi avrebbe dovuto subire il vostro sfogo furente senza meritarlo.
Se ancora non siete soddisfatti alzate il telefono e ditelo a chi lo merita.
Del resto la sincerità è una virtù.
Non sottovalutiamola.
Vaffanculo.





venerdì 18 marzo 2016

La felicità sta bene con tutto

Sono seduta su una seggiolina scomoda, nell'area ARRIVI dell'aeroporto.
Fa freddo, troppo, per essere al chiuso, troppo per essere marzo.
Un bambino, caschetto biondo e sguardo all'insù, scorre con gli occhi il tabellone dei voli.
Aspetta.
Poi un saltello sul posto, prima su un piede, poi sull'altro.
Grida : 'E' atterrato, atterrato! Papà atterrato!'
Gira su se stesso, cerca il papà, lo prende per mano e lo tira verso le porte scorrevoli ' E' atterrato papà! Arriva! Arriva!'
Salta, gira su se stesso, non sa contenere la felicità.
La sbatte in faccia a tutti quella gioia che si muove dentro, che trabocca dagli occhi e non lo fa star fermo.
Tutti lo guardano e per lui non c'è nessuno se non il suo papà e chi sta arrivando, qualcuno che aspettava da un tempo che non si conta, perchè per quanto possa essere è comunque troppo.
E' atterrato lo ripete almeno cento volte mentre sta in piedi con gli occhi puntati sulle porte a vetri aspettando di veder uscire come per magia il motivo della sua gioia.
La mano nascosta dentro quella del papà e solo qualche secondo di distrazione per guardarlo e ripetere 'E' atterrato, capito?'.
E lo guarda e lo ripete, perchè teme che non abbia capito bene, perchè se così fosse anche lui dovrebbe saltellare e non star più nella pelle.
Non lo sa ancora quel bambino biondo che poi crescendo succede qualcosa per cui quella felicità lì cerchi di dominarla, nasconderla, farla tacere.
Come se non fosse opportuna.
Come se non stesse bene farla vedere.
Quando invece è l'unica cosa che sta bene con tutto la felicità.





domenica 28 febbraio 2016

Due anni

Tra pochi giorni saranno due anni da quando sono entrata per la prima volta a casa mia.
Ne abbiamo viste diverse io e te qui dentro.
Anche tu sei cambiata con me e hai le tue cicatrici, come le ho io.
Grazie a te ho imparato a capire cosa voglio e cosa posso fare.
Hai ascoltato le mie grida isteriche, i miei pianti in solitaria, hai conosciuto le persone che amo e ho amato.
Sei stata set fotografico e chiacchiere sul divano.
Mi hai vista ballare da sola a piedi nudi in mezzo al salotto, mi hai vista guardarmi allo specchio per essere al mio meglio per qualcuno, a volte solo per me, mi hai vista appena sveglia e malata.
Mi hai vista saltare e gridare al telefono come un'adolescente per una notizia ricevuta.
Mi hai sorretta mentre chiudevo la porta al passato, ancora e ancora.
Sei stata teatro di un amore enorme e di un altrettanto grande dolore.
Mi hai vista ridere da perdere il fiato.
Sei stata il primo posto in cui ho davvero sperimentato l'arte di cucinare, che tra le mie mani, forse, parlare di arte è un po' azzardato, ma ci proviamo.
Mi hai vista provare e lottare di fronte a cose che non potevo nemmeno vendere intere, tanta la portata.
Mi vedi quasi sempre provare.
A volte mi hai vista anche riuscire.
E qui seduta per terra su un pavimento troppo freddo, mi vedi scrivere di te.
E di me.
Di chi sono diventata e chi ho scoperto di essere.
Sei il nido, il posto in cui ci si sente al sicuro.
Dove sono io.
La miglior meta di qualsiasi viaggio.
Un sorso di tè caldo.
Il campanile che mi guarda.
E la certezza che per quanto sarà, sarà stato bello.
Sarà stato esattamente quello che doveva essere.

Giuro che poi smetto di coccolare la malinconia.
E' colpa del meteo, non mia.




martedì 23 febbraio 2016

Sotto le unghie (intervallo3)

Mi guardo le mani appoggiate al tavolo scuro.
Tengo lo sguardo basso, con un dito seguo la circonferenza dell'alone circolare di un bicchiere, uno dei tanti lasciato lì, imbevibile, dimenticato.
La pittura ancora sotto le unghie, incredibile come, nonostante io strofini, non se ne vada mai del tutto.
La vedo riflessa nello specchio dietro al bancone, mi sembra di poter sentire il suo odore fino a qui.
Sentire il suo respiro, come se avesse le labbra che sfiorano il mio collo mentre tiene la testa appoggiata su di me.
Riconosco ancora quella bocca storta e quel gesto imbarazzato che fa con i capelli quando non si sente in ordine.
Più spesso di quanto lasci immaginare.
Mi sembra di sentire ancora la sua felicità quando la guardavo arrivare dal balcone.
Mi sembra di rivedere i suoi occhi delusi che mi guardano fisso sperando di avere da me un motivo per non andare.
Sono ancora sulla porta ad abbracciarla come se non avessi mai potuto farlo prima.
Sono ancora nel suo letto a guardarla nuda per l'ultima volta, mentre mi dice che andrà tutto bene.
Andrà comunque tutto bene.
Pensava di avere sempre ragione, anche quando sperava il contrario.
Ma non aveva sempre ragione.
Sento i suoi passi nella mia direzione, decisi e veloci come fosse sempre in ritardo per andare chissà dove.
Abbasso la testa per non farmi notare.
La vedo uscire dalla mia vista come tante altre volte è successo.
Mi guardo le  mani.
Incredibile come, nonostante io strofini, non se ne vada mai del tutto.


lunedì 15 febbraio 2016

San Valentino perchè

Sono profondamente d'accordo sul fatto che il giorno di San Valentino non conti nulla.
Che non sia romantico, nè magico.
E che l'amore si vede in gesti quotidiani che valgono molto più di un mazzo di fiori o un tavolo carino prenotato al ristorante.
E' tutto vero.
Ma c'è un ma.
Ho assistito in prima fila alla vita di una famiglia, la mia, dove di normale e facile non ci è stato quasi mai nulla.
Ho visto quante volte quei gesti che dovrebbero esserci ogni giorno si confondevano tra le pieghe di problemi e preoccupazioni, toni grigi che spengono anche i colori più vivaci.
In mezzo a tutti quegli anni, a tutta quella vita, capita che ci si perda.
E allora sì, San Valentino esiste, un pretesto qualunque per ricordare quello che sappiamo già, ma che ci sembra di aver dimenticato.
Così come ho visto mio padre ricordare a mia madre che, anche se tutto andava nella direzione opposta, quella promessa c'era, respirava ancora, sempre, anche quando la sorpresa di quel giorno non poteva essere più di qualche parola timida scritta a mano su un bigliettino improvvisato.
Quindi sì, se vi serve un giorno, un pretesto, per ripescare quelle attenzioni, per tessere ricordi, usatelo.
Prenotate cene banali, fate stupide torte a forma di cuore, scrivete biglietti a mano pieni delle parole più scontate.
Festeggiare San Valentino è ridicolo e da sfigati.
Bene, ridicolizzatevi, siate sfigati, che regalare un gesto a qualcuno che conta, fosse almeno per giorno, vale più di quanto si crede.





giovedì 11 febbraio 2016

Le donne

Le donne sono quello che sono.
Sono quello che non si sa.
Non hanno definizione.
Le donne camminano a volte a testa alta sperando che tutti le notino, a volte guardandosi i piedi sperando di avere il dono dell' invisibilità.
Le donne sanno sempre cosa vogliono e dove stanno andando, anche quando si perdono.
Quando sono in tuta, capelli arruffati, struccate a mangiare cereali dalla scatola accartocciate sul divano, stanno solo programmando il loro viaggio.
Le donne vogliono essere indipendenti e dimostrare a loro stesse e al mondo che non hanno bisogno di nessuno, però sognano delle braccia dove nascondersi quando non hanno più voglia di farlo da sole.
Le donne sono inconstanti nel pensiero e tutte le volte che mantengono coerenza lo fanno impegnandosi con la forza di un titano.
Apprezzatelo.
Le donne sanno essere isteriche e melodrammatiche e spesso è colpa degli ormoni, a volte gli ormoni non c'entrano nulla ma restano comunque un capro espiatorio soddisfacente.
Le donne vogliono la libertà di essere chi sono, sempre e lo fanno impegnandosi ad essere migliori, poi a volte impazziscono e si comportano nei modi peggiori, il più delle volte, così facendo, feriscono più loro che gli altri.
Le donne vorrebbero non fallire mai, ma quando succede vorrebbero trovare qualcuno vicino che le ama ugualmente anche mentre si demoliscono.
Anzi qualcuno che le ami anche di più, perchè è il momento in cui ne hanno maggior bisogno.
Le donne non vivono il sesso come gli uomini e se non raggiungono l'orgasmo prima con la testa non lo raggiunge nessun altra parte del corpo, chi sostiene il contrario mente.
Fatevene una ragione.
Le donne difendono chiunque conti nella loro vita e sanno essere ovunque per farlo, muovendosi in ogni direzione come la regina negli scacchi, ma immaginano come sarebbe farsi difendere perchè da sole l'impresa non riesce.
Le donne vorrebbero essere in due sentendosi in due, perchè in quel due che non da risultato si sentono più sole che in uno.
Le donne si feriscono, si disperano, si curano e si rialzano, tutto da sole, ma a volte vorrebbero una mano tesa che le aiuti, anche se non lo ammetteranno mai.
Le donne sanno stilare la lista dei difetti del loro uomo per poi trovare una giustificazione ad ognuno.
Le donne quando amano, amano da perdere il fiato e quando odiano, anche.
Le donne parlano molto, ma pensano decisamente più di quanto dicono. 
Ritenetevi fortunati.
Le donne non sono facili, spesso nemmeno comprensibili, in generale non definibili.
Ma sono questo.
E se farai parte della loro vita sapranno lottare per te, capirti, accudirti, cercarti, amarti, supportarti o per lo meno ci proveranno in tutti i modi che conoscono e che non sanno usare per sè.
Le donne non puoi capirle, ma puoi immaginarle.
Siate Uomini vicino a queste Donne, oppure lasciate loro lo spazio per poter desiderare come riempire il vuoto che non sapete occupare.






domenica 31 gennaio 2016

Fenomenologia di una dichiarazione d'amore

Anni fa avrei descritto la perfetta dichiarazione d'amore con parole grosse, atti di coraggio e una buona dose di struggimento.
Tutte più o meno tracciate sulla linea del futuro, tipo:
  • Andremo ovunque
  • Viaggeremo per il mondo
  • Avremo 18 figli
  • Lo faremo
  • Non ti lascerò mai
  • Ci sarò 
  • Per sempre
A 30 anni la migliore dichiarazione d'amore si può riassumere così:
  • Non preoccuparti, ci sono io
  • Ti aiuto io
  • Stai comoda, lo prendo io
  • Arrivo
  • Sono qui
  • Facciamolo
  • Ti ascolto
  • Ti capisco ( o ci provo)
  • Eccomi
Come vedete è tutto molto semplice.
Sarà la vecchiaia, ma il concreto inizia ad avere un'attrattiva ben maggiore rispetto alla possibilità.
L'oggi fa la differenza rispetto al domani.
Al per sempre preferiamo il sempre.



mercoledì 27 gennaio 2016

Bisognerebbe guardarsi

Bisognerebbe poter uscire dal proprio corpo e conoscersi dandosi la mano, con un  "piacere" che suona come una speranza, presentarsi a noi stessi con una bella stretta di mano.
Guardarci uno di fronte all'altro.
Inventare un colore per definire quello dei nostri occhi, guardare tutte le sfumature sotto il sole dei nostri capelli che odiamo, constatare quanto quel paio di jeans ci stia davvero male, fare pace con quel naso storto che vorremmo asportarci ogni mattina mentre ci laviamo i denti davanti allo specchio.
Riconoscere quel dondolio nervoso della gamba sinistra, accavallata sulla destra, sotto il bancone del bar e sorridere di fronte alla nostra parlantina veloce, quella fatta per non lasciare vuoti che creano quell'imbarazzo che ci fa sentire nudi nella piazza principale durante il mercato.
Innamorarci dei nostri difetti, scoprire pregi che non sapevamo di avere.
Disgustarci di quel discorso giudicante, fatto con troppa leggerezza, arrogante e un po’ vile, mentre riusciamo a contraddirci nello stesso discorso, mentre non ascoltiamo chi ci sta parlando.
Quanto nervoso avremmo ascoltando le nostre lamentele sterili e vedendole rimpicciolire con la sola distanza di qualche centimetro.
Quante sberle ci daremmo guardandoci barattare i sogni, sentendoci dire che va bene così, che ci basta, che non siamo abbastanza bravi, abbastanza intelligenti, abbastanza belli, che non siamo abbastanza.
Quanto ci vergogneremmo di noi mentre ci guardiamo leggere veloce quel messaggio pieno d’amore e senza rispondere ributtare il telefono infondo alla borsa, come se nulla fosse, ridere di qualcuno che non fa ridere, girare la faccia davanti ad una domanda per la strada.
E che abbracci stretti ci daremmo mentre assistiamo ai nostri pianti a dirotto o a quelli trattenuti, che mandiamo giù per la gola, come sassi appuntiti.
Quanti bravo ci diremmo nel vederci impegnarci, crederci e resistere nonostante spesso la realtà non sia maestra di buone maniere.
Quanto orgoglio e applausi ci dedicheremmo di fronte a noi mentre difendiamo le nostre idee, raggiungiamo l’obbiettivo e ci rialziamo dopo tutti i colpi presi.
E quanto sapremmo perdonarci davvero, una volta per tutte, per gli errori passati che da fuori assomigliano a quelli di chiunque altro.
Quante cose cambieremmo se potessimo guardarci come guardiamo gli altri, forti della nostra posizione, del nostro sapere quello che crediamo basti.
Figli di una generazione in cui i social ci permettono di avere una finestra in cui sbirciare, una porta socchiusa in cui infilare il naso, passiamo la giornata a guardare gli altri e ci dimentichiamo di fare lo stesso con noi.
Lo so, è  il concetto più banale mai espresso, tanto banale che ce lo siamo dimenticati.

Vorrei davvero, fosse anche solo per dieci minuti, incontrarmi per strada come chiunque, conoscermi e riconoscermi per innamorarmi o vergognarmi di me o, più probabilmente, entrambe.


Donna confusa che cammina per le vie di Parigi

lunedì 25 gennaio 2016

Polpettone di famiglia

C'è una tavola imbandita e un gran vociare.
Vassoi maestosi e piatti da portata con qualche posto vuoto che ricorda delle mani che hanno toccato prima che fosse gridato a gran voce ''è prontooo!".
Tovaglioli colorati, verdure fresche che fanno star bene solo a guardarle, panzerotti che brillano di luce propria e il polpettone, che non si sa mai cosa c'è dentro, ma è talmente buono che nemmeno te lo chiedi.
Bottiglie vuote e bicchieri pieni.
Qualcuno finisce l'ultima bruschetta, quella della vergogna, e lo fa senza nessun rimorso.
'Dai finite questo che se no lo buttiamo ed un peccato'
Bambini che piangono sotto il tavolo e poi ridono ed è tutto passato.
Qualcuno bussa alla porta e si sente una risata in coro che ti fa venir voglia di essere lì.
Baci e abbracci stretti.
Sole che entra dalle finestre, cappotti buttati sul letto come in un mercato.
E ti chiedi se il cous cous si accorda bene con il pesce e il peperone ripieno e se c'è ancora un po' di posto per la cheesecake che ti guarda dalla tavola.
La famiglia assomiglia al pranzo della domenica.
Un gran rumore e nessuna logica.
Ti riempie.
Ti sfinisce, a volte.
Ti fa abbinare sapori che non avevi mai pensato di poter far combaciare.
E' quello che fai per gli altri, è la teglia nelle mani di chi entrando dalla porta ha portato qualcosa.
E' essere diversi e amarsi comunque, anche se a volte sembra impossibile.
Non c'è bisogno di pensare, basta guardare.
E fingere che non sia così non cambia le cose.

Sveglia.





giovedì 21 gennaio 2016

Quello che vorrei per me

Quello che vorrei per me è un lavoro che mi completi, che mi faccia sentire esattamente chi sono.
Che mi coinvolga.
Mi appassioni.
Mi emozioni.
Qualcosa che sia della mia stessa forma, che mi somigli, mi vesta a pennello e allo stesso tempo riesca a farmi scoprire parti nuove.
Del resto e di me stessa.
Qualcosa per cui valga la pena impegnarsi, piangere e lottare.
Qualcosa che riconosci di amare anche quando ti fa sbuffare e buttare gli occhi al cielo.
Soprattutto quando alzi gli occhi al cielo.
Soprattutto quando non è facile.
Un lavoro che faccia talmente parte di me da esserci anche quando me ne dimentico, anche quando tutto scorre liscio, anche quando mi illudo che non conti quanto credo.
Che tolga ma restituisca il doppio.
Che sia il sentiero giusto.
La strada.
La mia.

Che poi è la stessa identica cosa che voglio da una relazione.
Può sembrare troppo, forse, ma credo che quando il tempo sarà scaduto mi ricorderò più delle persone con cui l'ho condiviso piuttosto che del ruolo che ho avuto.
Quindi non è mai troppo.
E lo scrivo, così me lo ricordo.




sabato 16 gennaio 2016

Le 5 cose più una che cerco al buio

1. L'autostima. Mi ricordo di averne avuta a quintali, poi saranno gli anni, le fatiche, le lacrime, fatto sta che l'ho persa in gran parte. Forse l'autostima è idrosolubile. Il problema è che ha lasciato un vuoto che colmo alzando la voce, affermando che gli altri sono peggio di me ( a volte, ma solo a volte ho ragione, ma non dovrei comunque dirlo io) e facendomi prendere da attacchi di infantilismo in assoluto disaccordo con la mia età anagrafica.

2. La voglia. Viscida e untuosa tende a scapparmi di mano con la stessa facilità della saponetta nel lavandino o del bagnoschiuma che ti scivola tra le dita e finisce sul piatto doccia, poi nello scarico e ciao ciao. Lascia un gran senso di impotenza misto a spreco, la stessa di quando non porti a termine i tuoi obbiettivi, non ti dedichi abbastanza alle cose a cui tieni, alle persone che ami, a te stessa.

3. L'amor proprio. Che assomiglia all'autostima, ma è meno arrogante e più come un fiore tra i capelli che come una corona in testa. E' quello che fa in modo di praticare lo scontato dogma di ama il prossimo tuo come te stesso, che scontato non è perchè amare se stessi ogni tanto ci viene più difficile che amare tutti gli altri. Il che è tutto dire.

4. La  gentilezza. E' fatta di carta velina colorata, semplice, banale, ma rallegra un po' tutti. Ce l'ho sempre con me, ma a volte ne faccio una pallina e me la infilo nella tasca del cappotto e me ne dimentico. Sbagliando.

5. La mia immagine. Quella senza riflesso, quella che si vede da fuori ma che con il corpo non c'entra praticamente nulla. Quella che serve a riconoscerti quando ti vedi riflessa nelle porte che ti si chiudono davanti mentre perdi la metro o nelle vetrine davanti a cui ti sei fermata, mentre ti lavi i denti la sera, quando ti infili sotto il piumone e cerchi di dormire.

+ 1. La luce, che anche quando sei stanca e l'inerzia del momento ti fa sperare in qualunque avvenimento anche paracataclismatico (è licenza poetica) giusto per dare una svolta alla giornata, c'è.
Anche al buio l'interruttore è lì, basta allungare il braccio fuori dalla coperte, tastare le cose famigliari che ti stanno intorno e trovarlo. Perchè la luce la puoi accendere solo tu.


Morale: il buio, comunque, ha la sua utilità.






mercoledì 13 gennaio 2016

Occhi verdi e gusti musicali discutibili

A cinque anni la mia canzone preferita era Gli occhi verdi dell'amore dei Profeti ( nel caso qualcuno se la fosse persa o fosse inspiegabilmente più giovane di me ECCOLA ).
Avevo già qualcosa in comune con Shaggy e non lo sapevo ancora (ne ho le prove: ANGEL).
Insomma, la facevo mettere a ripetizione sul mangiacassette della macchina dei miei qualunque fosse il tempo di percorrenza del tratto casa - destinazione e qualunque fosse l'opinione degli altri passeggeri.
Inutile dire che la protagonista della canzone, nella mia testa, ero io nonostante non avessi nemmeno lontanamente gli occhi verdi, condizione che, ahimè, permane.
Non vedevo l'ora di diventare grande per essere la ragazza con il viso di un bambino a cui un uomo dedicava una canzone.
Grande tanto da poter incontrare qualcuno che ti cambia la giornata mentre cammini sola nella notte.
Grande da avere qualcuno che ti guarda negli occhi e, e non smette più.
Grande da poter dilatare il tempo vivendo mille anni nello spazio di due ore, anche se non sapevo nemmeno leggere l'ora sull'orologio, ancora.
Grande da avere uno che si innamora di me e io di lui.
Grande da avere uno che senza parlare mi bacia.
Grande da aver qualcuno che ti dice che ti ama e lo dice a tutti, perchè la felicità non si contiene, non si nasconde, vuoi buttarla in faccia al mondo, la gridi, la canti e ti regala quell'acuto sul finale mentre dici ''credi, credi' , perchè è talmente tanto, è talmente tutto che le devi convincere le altre persone che non hanno avuto la tua fortuna che quella cosa esiste.
Eh, sì sono una sfigata sentimentale ora come allora.
Dopo venticinque anni, dietro al mascara, le prime rughe ( che non si vedono, sia chiaro) e le lacrime passate, ho ancora gli occhi verdi dell'amore anche se verdi non sono.



Il fotografo fa la differenza, sappiatelo : Sebastiano Rossi ph

domenica 10 gennaio 2016

Capita a trentanni o giù di lì

A 30 anni, nella testa, ti ritrovi un gran casino, come una festa, un capodanno pieno di gente che non sai chi è finchè non la incontri.
C'è un gran rumore e il più delle volte non ci si capisce nulla.
Ma proprio nulla.
Ci cammini in mezzo e fai un sacco di incontri nel giro di qualche ora, che estesa alla giornata è un delirio, al netto degli anni un cataclisma.

Capita di incontrare una giovane donna con il pupo in braccio, pensare che ormai è tempo, non si può aspettare ancora molto, che forse sarebbe anche bello provare quell'emozione che, come quasi tutte, non puoi immaginarla se non la provi.
Non lo sai però se sei in grado di regalare il tuo tempo, quello che in genere perdi, a qualcuno, a dar la forza, le energie e le certezze che non hai a un'altra piccola persona, la stessa che tenerla in braccio 10 minuti, ti fa già male la schiena, sei stanca, vuoi sederti e senti che ti sta venendo la tendinite.

Capita di voltare lo sguardo e vedere una donna libera che balla da sola, saltellante e spensierata, che ti fa pensare che hai tutta la vita davanti e se non adesso quando.
In braccio non ha nulla perchè ha le mani occupate, una è in aria come a chiamare l'attenzione, a dire 'io la risposta ce l'ho, la so, la so!' e nell'altra un bicchiere, che si butta giù tutto d'un fiato, che tanto domani lo abbiamo dimenticato, c'è tempo e si vedrà.

Capita di passare davanti allo specchio e guardarsi stupite, come siamo cambiate pur sembrando le stesse, che se non guardi indietro potresti pensare di esser sempre stata così e ti compiaci del tuo riflesso adesso che ti senti consapevole e quel corpo lo conosci a memoria.

Capita, poi, di trovare una coppia che si bacia appartata su un divanetto, sorridi e pensi se poi l'eterno esiste e che se la risposta è sì non riesci ad immaginarti che faccia avrà e se saprai riconoscerlo.

Capita che si avvicini un cameriere con un vassoio pieno e ti chiami Signora senza neanche averti chiesto il permesso e tu non sai se sentirti onorata, offesa o che, ma comunque cambia poco perchè non smetteranno di chiamarti così, ormai.

Capita che a volte balli come una pazza, come se ci fosse solo oggi, altre ti siedi sul divano e guardi gli altri, ti ci paragoni, a volte vinci a volte no, altre ancora ti chiudi in bagno a cercare il silenzio, seduta sulla tazza chiusa a guardarti in mezzo busto oltre il lavandino, a pensare a quante donne sei e se un giorno arriverai lì dove non sai nemmeno tu.
E speri solo che ti piacerà.




martedì 5 gennaio 2016

Zalone in brevissimo - così l'ho scritto anche io -


Ieri sono andata a vedere il film di Zalone.
Non volevo fare nessun esperimento sociologico, sono andata a vedere il film, punto.
Da giorni mi  ritrovo a leggere una parata di articoli che parlano della pellicola dai più svariati punti di vista (impoverimento del cervello medio italiano, follia collettiva, disgusto intellettuale, dietrologia mediatica, meteo fortuitamente a favore e bla bla bla vari ed eventuali).
Non sono solita parlare di cose concrete, di costume e di attualità, perchè non me ne curo e non so farlo, ma dal punto di vista di una qualunque spettatrice seduta in prima fila, con il torcicollo e ancora un senso di strabismo da schermo troppo vicino (ora capisco le raccomandazioni di mia madre da piccola : '' non stare così vicino al televisore!'' Grazie mamma) vorrei dire che:

- Il film è più che piacevole, l'ironia è garbata, mai volgare, né gretta, non fa venire le convulsioni dal ridere ma ti lascia un piacevole sorriso stampato in faccia per tutto il tempo.
E si vede bene che dietro alla commedia c'è una testa pensante e di cultura che si gioca bene le sue carte.

- Grazie al cielo, da donna me ne compiaccio particolarmente, non sono necessarie protagoniste femminili superfiche agghindate da pornodive con cosce e chiappe in evidenza.
E se vogliamo parlare di gradimento, questo, ci suggerisce che forse abbiamo superato i cliché del maschio sbavante che gradisce la vista di un po' di carne in più. Evviva, evviva.


- La sceneggiatura non è geniale e non pretende di esserlo e nemmeno Zalone lo è.
Non si è dovuto inventare nessuna parodia particolare, né ha dovuto usare la fantasia, non fa nulla più che prenderci per il culo tutti, con la leggerezza di un amico che ci canzona una sera qualunque al bar del paese, così, un po' per ridere, un po' per farci riflettere.
Nel film ci sono tutte le piccolezze italiane, dallo sputtanamento del Bel Paese in terra straniera alla nostalgia della scappatoia garantita che in Italia c'è e si sa.
E lì in mezzo, tra le caricature che caricature non sono, ci siamo tutti.
Quindi diciamo che lui è un buon osservatore e noi gli abbiamo reso molto facile il compito.
Ci piace vederlo perchè sul grande schermo ci siamo noi, anche se non vogliamo ammetterlo e ne prendiamo le distanze, perchè all'italiano piace, e come se piace, essere al centro dell'attenzione anche quando il quadro che ne esce non è troppo lusinghiero.
Siamo così.
Abbiamo diversi difetti.
Nel film si vedono quasi tutti.
Manca solo quello dell'invidia cocente che ci fa scrivere pezzi pieni di livore di fronte a chi, facendo bene quello che fa, ci guadagna soldi e fama, ma quello manca perchè non fa per niente ridere.
E così facendo sembriamo pure noiosi, che era uno dei pochi difetti che ci mancava.









lunedì 4 gennaio 2016

2016, ecco.

Caro 2016,
come è ormai rito, per me, ti scrivo una lettera di benvenuto.
Un po' per educazione e un po' per recriminare, nel caso, le tue mancanze a fine anno.
Che dire, sei entrato dalla porta e nemmeno ci ho fatto caso, nonostante il countdown di Gigione su canale 5 (sempre meglio di una bestemmia e un orologio fuori fuso), la bottiglia stappata e gli auguri.
Ti ho aspettato in tenuta casalinga, davanti ad una camino e con chi volevo ma non credevo ti avrebbe aperto la porta con me.
Sei iniziato con un viaggio e baci semplici, veri, onesti, senza  rabbia verso l'anno che se ne andava e senza caricarti di responsabilità di riscatto, il che è un bella partenza per entrambi.
Vorrei questo per noi, 2016, vorrei abbracci caldi, momenti da ricordare, persone giuste, viaggi, risate e bicchieri di vino.
Vorrei fossi il mio compagno.
Vorrei fossi chi mi sprona, mi sta accanto e si prende cura di me.
Il complice, la spalla, l'amante.
Quello che mi fa ridere, che mi abbraccia e mi sostiene.
Quello che mi dice che andrà tutto bene e faccia in modo che sia così.
Quello con il quale il tempo ha più valore.
Dal canto mio, essendo in due, prometto di credere in noi e di imparare a fidarmi.
Prometto di sedare le mie isterie e le malinconie a meno che non servano per scrivere.
Prometto di impegnarmi e non giudicarti a priori.
Prometto di mantenere le promesse.
Confido che tu faccia altrettanto.
Benvenuto.





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