domenica 31 gennaio 2016

Fenomenologia di una dichiarazione d'amore

Anni fa avrei descritto la perfetta dichiarazione d'amore con parole grosse, atti di coraggio e una buona dose di struggimento.
Tutte più o meno tracciate sulla linea del futuro, tipo:
  • Andremo ovunque
  • Viaggeremo per il mondo
  • Avremo 18 figli
  • Lo faremo
  • Non ti lascerò mai
  • Ci sarò 
  • Per sempre
A 30 anni la migliore dichiarazione d'amore si può riassumere così:
  • Non preoccuparti, ci sono io
  • Ti aiuto io
  • Stai comoda, lo prendo io
  • Arrivo
  • Sono qui
  • Facciamolo
  • Ti ascolto
  • Ti capisco ( o ci provo)
  • Eccomi
Come vedete è tutto molto semplice.
Sarà la vecchiaia, ma il concreto inizia ad avere un'attrattiva ben maggiore rispetto alla possibilità.
L'oggi fa la differenza rispetto al domani.
Al per sempre preferiamo il sempre.



mercoledì 27 gennaio 2016

Bisognerebbe guardarsi

Bisognerebbe poter uscire dal proprio corpo e conoscersi dandosi la mano, con un  "piacere" che suona come una speranza, presentarsi a noi stessi con una bella stretta di mano.
Guardarci uno di fronte all'altro.
Inventare un colore per definire quello dei nostri occhi, guardare tutte le sfumature sotto il sole dei nostri capelli che odiamo, constatare quanto quel paio di jeans ci stia davvero male, fare pace con quel naso storto che vorremmo asportarci ogni mattina mentre ci laviamo i denti davanti allo specchio.
Riconoscere quel dondolio nervoso della gamba sinistra, accavallata sulla destra, sotto il bancone del bar e sorridere di fronte alla nostra parlantina veloce, quella fatta per non lasciare vuoti che creano quell'imbarazzo che ci fa sentire nudi nella piazza principale durante il mercato.
Innamorarci dei nostri difetti, scoprire pregi che non sapevamo di avere.
Disgustarci di quel discorso giudicante, fatto con troppa leggerezza, arrogante e un po’ vile, mentre riusciamo a contraddirci nello stesso discorso, mentre non ascoltiamo chi ci sta parlando.
Quanto nervoso avremmo ascoltando le nostre lamentele sterili e vedendole rimpicciolire con la sola distanza di qualche centimetro.
Quante sberle ci daremmo guardandoci barattare i sogni, sentendoci dire che va bene così, che ci basta, che non siamo abbastanza bravi, abbastanza intelligenti, abbastanza belli, che non siamo abbastanza.
Quanto ci vergogneremmo di noi mentre ci guardiamo leggere veloce quel messaggio pieno d’amore e senza rispondere ributtare il telefono infondo alla borsa, come se nulla fosse, ridere di qualcuno che non fa ridere, girare la faccia davanti ad una domanda per la strada.
E che abbracci stretti ci daremmo mentre assistiamo ai nostri pianti a dirotto o a quelli trattenuti, che mandiamo giù per la gola, come sassi appuntiti.
Quanti bravo ci diremmo nel vederci impegnarci, crederci e resistere nonostante spesso la realtà non sia maestra di buone maniere.
Quanto orgoglio e applausi ci dedicheremmo di fronte a noi mentre difendiamo le nostre idee, raggiungiamo l’obbiettivo e ci rialziamo dopo tutti i colpi presi.
E quanto sapremmo perdonarci davvero, una volta per tutte, per gli errori passati che da fuori assomigliano a quelli di chiunque altro.
Quante cose cambieremmo se potessimo guardarci come guardiamo gli altri, forti della nostra posizione, del nostro sapere quello che crediamo basti.
Figli di una generazione in cui i social ci permettono di avere una finestra in cui sbirciare, una porta socchiusa in cui infilare il naso, passiamo la giornata a guardare gli altri e ci dimentichiamo di fare lo stesso con noi.
Lo so, è  il concetto più banale mai espresso, tanto banale che ce lo siamo dimenticati.

Vorrei davvero, fosse anche solo per dieci minuti, incontrarmi per strada come chiunque, conoscermi e riconoscermi per innamorarmi o vergognarmi di me o, più probabilmente, entrambe.


Donna confusa che cammina per le vie di Parigi

lunedì 25 gennaio 2016

Polpettone di famiglia

C'è una tavola imbandita e un gran vociare.
Vassoi maestosi e piatti da portata con qualche posto vuoto che ricorda delle mani che hanno toccato prima che fosse gridato a gran voce ''è prontooo!".
Tovaglioli colorati, verdure fresche che fanno star bene solo a guardarle, panzerotti che brillano di luce propria e il polpettone, che non si sa mai cosa c'è dentro, ma è talmente buono che nemmeno te lo chiedi.
Bottiglie vuote e bicchieri pieni.
Qualcuno finisce l'ultima bruschetta, quella della vergogna, e lo fa senza nessun rimorso.
'Dai finite questo che se no lo buttiamo ed un peccato'
Bambini che piangono sotto il tavolo e poi ridono ed è tutto passato.
Qualcuno bussa alla porta e si sente una risata in coro che ti fa venir voglia di essere lì.
Baci e abbracci stretti.
Sole che entra dalle finestre, cappotti buttati sul letto come in un mercato.
E ti chiedi se il cous cous si accorda bene con il pesce e il peperone ripieno e se c'è ancora un po' di posto per la cheesecake che ti guarda dalla tavola.
La famiglia assomiglia al pranzo della domenica.
Un gran rumore e nessuna logica.
Ti riempie.
Ti sfinisce, a volte.
Ti fa abbinare sapori che non avevi mai pensato di poter far combaciare.
E' quello che fai per gli altri, è la teglia nelle mani di chi entrando dalla porta ha portato qualcosa.
E' essere diversi e amarsi comunque, anche se a volte sembra impossibile.
Non c'è bisogno di pensare, basta guardare.
E fingere che non sia così non cambia le cose.

Sveglia.





giovedì 21 gennaio 2016

Quello che vorrei per me

Quello che vorrei per me è un lavoro che mi completi, che mi faccia sentire esattamente chi sono.
Che mi coinvolga.
Mi appassioni.
Mi emozioni.
Qualcosa che sia della mia stessa forma, che mi somigli, mi vesta a pennello e allo stesso tempo riesca a farmi scoprire parti nuove.
Del resto e di me stessa.
Qualcosa per cui valga la pena impegnarsi, piangere e lottare.
Qualcosa che riconosci di amare anche quando ti fa sbuffare e buttare gli occhi al cielo.
Soprattutto quando alzi gli occhi al cielo.
Soprattutto quando non è facile.
Un lavoro che faccia talmente parte di me da esserci anche quando me ne dimentico, anche quando tutto scorre liscio, anche quando mi illudo che non conti quanto credo.
Che tolga ma restituisca il doppio.
Che sia il sentiero giusto.
La strada.
La mia.

Che poi è la stessa identica cosa che voglio da una relazione.
Può sembrare troppo, forse, ma credo che quando il tempo sarà scaduto mi ricorderò più delle persone con cui l'ho condiviso piuttosto che del ruolo che ho avuto.
Quindi non è mai troppo.
E lo scrivo, così me lo ricordo.




sabato 16 gennaio 2016

Le 5 cose più una che cerco al buio

1. L'autostima. Mi ricordo di averne avuta a quintali, poi saranno gli anni, le fatiche, le lacrime, fatto sta che l'ho persa in gran parte. Forse l'autostima è idrosolubile. Il problema è che ha lasciato un vuoto che colmo alzando la voce, affermando che gli altri sono peggio di me ( a volte, ma solo a volte ho ragione, ma non dovrei comunque dirlo io) e facendomi prendere da attacchi di infantilismo in assoluto disaccordo con la mia età anagrafica.

2. La voglia. Viscida e untuosa tende a scapparmi di mano con la stessa facilità della saponetta nel lavandino o del bagnoschiuma che ti scivola tra le dita e finisce sul piatto doccia, poi nello scarico e ciao ciao. Lascia un gran senso di impotenza misto a spreco, la stessa di quando non porti a termine i tuoi obbiettivi, non ti dedichi abbastanza alle cose a cui tieni, alle persone che ami, a te stessa.

3. L'amor proprio. Che assomiglia all'autostima, ma è meno arrogante e più come un fiore tra i capelli che come una corona in testa. E' quello che fa in modo di praticare lo scontato dogma di ama il prossimo tuo come te stesso, che scontato non è perchè amare se stessi ogni tanto ci viene più difficile che amare tutti gli altri. Il che è tutto dire.

4. La  gentilezza. E' fatta di carta velina colorata, semplice, banale, ma rallegra un po' tutti. Ce l'ho sempre con me, ma a volte ne faccio una pallina e me la infilo nella tasca del cappotto e me ne dimentico. Sbagliando.

5. La mia immagine. Quella senza riflesso, quella che si vede da fuori ma che con il corpo non c'entra praticamente nulla. Quella che serve a riconoscerti quando ti vedi riflessa nelle porte che ti si chiudono davanti mentre perdi la metro o nelle vetrine davanti a cui ti sei fermata, mentre ti lavi i denti la sera, quando ti infili sotto il piumone e cerchi di dormire.

+ 1. La luce, che anche quando sei stanca e l'inerzia del momento ti fa sperare in qualunque avvenimento anche paracataclismatico (è licenza poetica) giusto per dare una svolta alla giornata, c'è.
Anche al buio l'interruttore è lì, basta allungare il braccio fuori dalla coperte, tastare le cose famigliari che ti stanno intorno e trovarlo. Perchè la luce la puoi accendere solo tu.


Morale: il buio, comunque, ha la sua utilità.






mercoledì 13 gennaio 2016

Occhi verdi e gusti musicali discutibili

A cinque anni la mia canzone preferita era Gli occhi verdi dell'amore dei Profeti ( nel caso qualcuno se la fosse persa o fosse inspiegabilmente più giovane di me ECCOLA ).
Avevo già qualcosa in comune con Shaggy e non lo sapevo ancora (ne ho le prove: ANGEL).
Insomma, la facevo mettere a ripetizione sul mangiacassette della macchina dei miei qualunque fosse il tempo di percorrenza del tratto casa - destinazione e qualunque fosse l'opinione degli altri passeggeri.
Inutile dire che la protagonista della canzone, nella mia testa, ero io nonostante non avessi nemmeno lontanamente gli occhi verdi, condizione che, ahimè, permane.
Non vedevo l'ora di diventare grande per essere la ragazza con il viso di un bambino a cui un uomo dedicava una canzone.
Grande tanto da poter incontrare qualcuno che ti cambia la giornata mentre cammini sola nella notte.
Grande da avere qualcuno che ti guarda negli occhi e, e non smette più.
Grande da poter dilatare il tempo vivendo mille anni nello spazio di due ore, anche se non sapevo nemmeno leggere l'ora sull'orologio, ancora.
Grande da avere uno che si innamora di me e io di lui.
Grande da avere uno che senza parlare mi bacia.
Grande da aver qualcuno che ti dice che ti ama e lo dice a tutti, perchè la felicità non si contiene, non si nasconde, vuoi buttarla in faccia al mondo, la gridi, la canti e ti regala quell'acuto sul finale mentre dici ''credi, credi' , perchè è talmente tanto, è talmente tutto che le devi convincere le altre persone che non hanno avuto la tua fortuna che quella cosa esiste.
Eh, sì sono una sfigata sentimentale ora come allora.
Dopo venticinque anni, dietro al mascara, le prime rughe ( che non si vedono, sia chiaro) e le lacrime passate, ho ancora gli occhi verdi dell'amore anche se verdi non sono.



Il fotografo fa la differenza, sappiatelo : Sebastiano Rossi ph

domenica 10 gennaio 2016

Capita a trentanni o giù di lì

A 30 anni, nella testa, ti ritrovi un gran casino, come una festa, un capodanno pieno di gente che non sai chi è finchè non la incontri.
C'è un gran rumore e il più delle volte non ci si capisce nulla.
Ma proprio nulla.
Ci cammini in mezzo e fai un sacco di incontri nel giro di qualche ora, che estesa alla giornata è un delirio, al netto degli anni un cataclisma.

Capita di incontrare una giovane donna con il pupo in braccio, pensare che ormai è tempo, non si può aspettare ancora molto, che forse sarebbe anche bello provare quell'emozione che, come quasi tutte, non puoi immaginarla se non la provi.
Non lo sai però se sei in grado di regalare il tuo tempo, quello che in genere perdi, a qualcuno, a dar la forza, le energie e le certezze che non hai a un'altra piccola persona, la stessa che tenerla in braccio 10 minuti, ti fa già male la schiena, sei stanca, vuoi sederti e senti che ti sta venendo la tendinite.

Capita di voltare lo sguardo e vedere una donna libera che balla da sola, saltellante e spensierata, che ti fa pensare che hai tutta la vita davanti e se non adesso quando.
In braccio non ha nulla perchè ha le mani occupate, una è in aria come a chiamare l'attenzione, a dire 'io la risposta ce l'ho, la so, la so!' e nell'altra un bicchiere, che si butta giù tutto d'un fiato, che tanto domani lo abbiamo dimenticato, c'è tempo e si vedrà.

Capita di passare davanti allo specchio e guardarsi stupite, come siamo cambiate pur sembrando le stesse, che se non guardi indietro potresti pensare di esser sempre stata così e ti compiaci del tuo riflesso adesso che ti senti consapevole e quel corpo lo conosci a memoria.

Capita, poi, di trovare una coppia che si bacia appartata su un divanetto, sorridi e pensi se poi l'eterno esiste e che se la risposta è sì non riesci ad immaginarti che faccia avrà e se saprai riconoscerlo.

Capita che si avvicini un cameriere con un vassoio pieno e ti chiami Signora senza neanche averti chiesto il permesso e tu non sai se sentirti onorata, offesa o che, ma comunque cambia poco perchè non smetteranno di chiamarti così, ormai.

Capita che a volte balli come una pazza, come se ci fosse solo oggi, altre ti siedi sul divano e guardi gli altri, ti ci paragoni, a volte vinci a volte no, altre ancora ti chiudi in bagno a cercare il silenzio, seduta sulla tazza chiusa a guardarti in mezzo busto oltre il lavandino, a pensare a quante donne sei e se un giorno arriverai lì dove non sai nemmeno tu.
E speri solo che ti piacerà.




martedì 5 gennaio 2016

Zalone in brevissimo - così l'ho scritto anche io -


Ieri sono andata a vedere il film di Zalone.
Non volevo fare nessun esperimento sociologico, sono andata a vedere il film, punto.
Da giorni mi  ritrovo a leggere una parata di articoli che parlano della pellicola dai più svariati punti di vista (impoverimento del cervello medio italiano, follia collettiva, disgusto intellettuale, dietrologia mediatica, meteo fortuitamente a favore e bla bla bla vari ed eventuali).
Non sono solita parlare di cose concrete, di costume e di attualità, perchè non me ne curo e non so farlo, ma dal punto di vista di una qualunque spettatrice seduta in prima fila, con il torcicollo e ancora un senso di strabismo da schermo troppo vicino (ora capisco le raccomandazioni di mia madre da piccola : '' non stare così vicino al televisore!'' Grazie mamma) vorrei dire che:

- Il film è più che piacevole, l'ironia è garbata, mai volgare, né gretta, non fa venire le convulsioni dal ridere ma ti lascia un piacevole sorriso stampato in faccia per tutto il tempo.
E si vede bene che dietro alla commedia c'è una testa pensante e di cultura che si gioca bene le sue carte.

- Grazie al cielo, da donna me ne compiaccio particolarmente, non sono necessarie protagoniste femminili superfiche agghindate da pornodive con cosce e chiappe in evidenza.
E se vogliamo parlare di gradimento, questo, ci suggerisce che forse abbiamo superato i cliché del maschio sbavante che gradisce la vista di un po' di carne in più. Evviva, evviva.


- La sceneggiatura non è geniale e non pretende di esserlo e nemmeno Zalone lo è.
Non si è dovuto inventare nessuna parodia particolare, né ha dovuto usare la fantasia, non fa nulla più che prenderci per il culo tutti, con la leggerezza di un amico che ci canzona una sera qualunque al bar del paese, così, un po' per ridere, un po' per farci riflettere.
Nel film ci sono tutte le piccolezze italiane, dallo sputtanamento del Bel Paese in terra straniera alla nostalgia della scappatoia garantita che in Italia c'è e si sa.
E lì in mezzo, tra le caricature che caricature non sono, ci siamo tutti.
Quindi diciamo che lui è un buon osservatore e noi gli abbiamo reso molto facile il compito.
Ci piace vederlo perchè sul grande schermo ci siamo noi, anche se non vogliamo ammetterlo e ne prendiamo le distanze, perchè all'italiano piace, e come se piace, essere al centro dell'attenzione anche quando il quadro che ne esce non è troppo lusinghiero.
Siamo così.
Abbiamo diversi difetti.
Nel film si vedono quasi tutti.
Manca solo quello dell'invidia cocente che ci fa scrivere pezzi pieni di livore di fronte a chi, facendo bene quello che fa, ci guadagna soldi e fama, ma quello manca perchè non fa per niente ridere.
E così facendo sembriamo pure noiosi, che era uno dei pochi difetti che ci mancava.









lunedì 4 gennaio 2016

2016, ecco.

Caro 2016,
come è ormai rito, per me, ti scrivo una lettera di benvenuto.
Un po' per educazione e un po' per recriminare, nel caso, le tue mancanze a fine anno.
Che dire, sei entrato dalla porta e nemmeno ci ho fatto caso, nonostante il countdown di Gigione su canale 5 (sempre meglio di una bestemmia e un orologio fuori fuso), la bottiglia stappata e gli auguri.
Ti ho aspettato in tenuta casalinga, davanti ad una camino e con chi volevo ma non credevo ti avrebbe aperto la porta con me.
Sei iniziato con un viaggio e baci semplici, veri, onesti, senza  rabbia verso l'anno che se ne andava e senza caricarti di responsabilità di riscatto, il che è un bella partenza per entrambi.
Vorrei questo per noi, 2016, vorrei abbracci caldi, momenti da ricordare, persone giuste, viaggi, risate e bicchieri di vino.
Vorrei fossi il mio compagno.
Vorrei fossi chi mi sprona, mi sta accanto e si prende cura di me.
Il complice, la spalla, l'amante.
Quello che mi fa ridere, che mi abbraccia e mi sostiene.
Quello che mi dice che andrà tutto bene e faccia in modo che sia così.
Quello con il quale il tempo ha più valore.
Dal canto mio, essendo in due, prometto di credere in noi e di imparare a fidarmi.
Prometto di sedare le mie isterie e le malinconie a meno che non servano per scrivere.
Prometto di impegnarmi e non giudicarti a priori.
Prometto di mantenere le promesse.
Confido che tu faccia altrettanto.
Benvenuto.





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