domenica 5 giugno 2016

Spettacoli

Una domenica pomeriggio in casa.
Tutto il tempo in casa.
Ho ascoltato per ore il vento entrare dalla finestra, gonfiare le tende del salotto come vele, soffiarmi sulla pelle per farmi venire i brividi.
Ho sentito i tuoni annunciare il loro arrivo da lontano, ho visto la luce sul pavimento diventare di quel giallo cupo, un giallo che assomiglia alla sfumatura di un livido che sta guarendo.
Uno di quei lividi che stanno fuori e puoi vederli, invece che dentro.
Uno di quei lividi che può guarire.
Ho ascoltato la pioggia ticchettare, con il suo ritmo scombinato di chi non è convinto davvero, di chi non sa se vuole iniziare qualcosa oppure no,
Ho sbirciato i suoni delle vite degli altri, di quelli che mi camminavano sotto la finestra.
Ho ascoltato ombrelli aprirsi, i gridolini allegri di chi senza ombrello è felice comunque, le chiacchiere fitte di due amiche sotto il cornicione.
E la telefonata di un primo appuntamento.

- Allora ci vediamo alle nove? (No, ragazzino le nove è presto, una come fa a mangiare, agitarsi, cambiarsi 10 volte, prepararsi 4 e riuscire ad essere in ritardo quanto basta per capire se sai aspettare?)

- Vuoi che ci vediamo con i miei amici? No, vabbè, solo se non ti crea problemi... No, se ti mette in imbarazzo no. ( E infatti no, che già  vedere solo te, portandosi uno zaino di aspettative e insicurezze sulle spalle, non è facile, se poi moltiplichiamo quel peso per l'approvazione di ogni tuo amico non ne usciamo vivi.)

 - Vabbè dai, poi vediamo... Massì tranquilla... A dopo allora, Ciao. 

 - Ok, passami una sigaretta che mi ha detto di sì e mi sto sentendo male. (Dichiarazioni che ti fanno sperare che forse il mondo si salverà.)

Poi pare che una sta a casa tutto il giorno e non ha fatto niente.
E invece.










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