martedì 9 gennaio 2018

Mentre fingi di non sentire, 2018

Ciao 2018,
so che sono passati alcuni giorni dal tuo arrivo e che se fossi una che si formalizza sul tempo dovrei credere di essere in ritardo per scriverti queste righe che ti somigliano essendo sconosciute come lo sei tu.
Ma del resto io e il ritardo abbiamo un certo feeling ed essendo una persona affine alla fedeltà non me la sono sentita di tradire.
Se non per etica almeno per coerenza.
Comunque, diciamo che a differenza dei tuoi... come si può dire? 
Colleghi?
Soci?
Predecessori?
Amici?
Insomma gli anni, gli altri anni, non è che io abbia qualcosa da dirti.
Anche perché, diciamocelo, con i propositi faccio pena, fatico a pensarli figuriamoci a mantenerli e anche con i patti chiari non è che si sia andati via lisci come si era sperato.
Avevo pensato di buttarmi sui desideri, ma guarda, anche lì è un discreto casino perché cambio continuamente idea e poi già nell’attimo in cui desidero mi si affolla la testa di motivi per i quali quel sogno non si realizzerà mai.
Quindi, siediti in un angolo facendo finta di fare altro, ascoltando di nascosto quello che in realtà sto dicendo a me stessa ed evitiamo tutta quell’ansia da prestazione, mia e tua, che non giova a nessuno.
Io per i prossimi giorni, tutti quelli che ci saranno fino alla mezzanotte che decreterà il tuo congedo, vorrei saper pensare a me.
Pensare a me in quel modo che si usa per pensare a qualcuno a cui teniamo.
Prendendocene cura, facendolo stare bene, cercando di rendergli facile la vita, preoccupandoci di esaudire i suoi sogni.
Non che io voglia abbuffarmi di egoismo, per carità, che non sta bene, è disdicevole, non si fa, solo vorrei smettere di dimenticarmi di me.
Ora che mi sono ritrovata, in qualche modo riconosciuta in mezzo a una folla densa, voglio prendermi per mano, accompagnarmi in prima fila, smetterla di nascondermi.
Voglio mettermi un rossetto acceso nei giorni in cui mi sento bella senza motivo, vestirmi, se mi va, per farmi notare, dire quello che penso a voce molto alta sul bordo di un palco prendendomi applausi e responsabilità. Voglio sedermi di fronte a me e chiedermi come è andata la giornata, se davvero quello che ho fatto ieri mi piace, se a quella festa mi sono divertita, sapere cosa amo, cosa vorrei cambiare, cosa credo di volermi tenere per tutta la vita e oltre. Se c’è un oltre.
Voglio imparare moltissime cose e ostentarle, a volte, come se fossero mie da sempre, voglio sfoderare tutta l’intelligenza che possiedo, poca o tanta che sia, voglio fare la stupida, sembrarlo, esserlo, ridere sguaiata, piangere senza vergognarmi e gridare e non rispondere se non mi va.
E voglio fottermene di quello che penseranno tutti. 
Che fottersene, nel modo che intendo, non è sentire i pareri altrui e voltare la faccia in modo altezzoso dall’altra parte, ma ascoltare tutti, raccogliere quello che credo valga, buttare al cesso i giudizi, non cambiare per scelte altrui.
Il termine non sarà elegante, lo riconosco, ma a pensarci bene costa meno e vale più di un corso intensivo di meditazione.
Oh 2018, anche se fingiamo entrambi di non sentire, tu fai pure quello che ti pare, ma fallo in modo meraviglioso.
Io farò altrettanto infilandoci tutta la vita possibile.



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